Quando smascherò Fini sulla casa di Montecarlo

Apr 27, 2022

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    Ci sono leader e leader, cognati e cognati. Lei lo sapeva bene. Regina madre della destra italiana, Assunta Almirante già da moglie di Giorgio giocò un ruolo importante nel Msi. Fu proprio lei, ricordava, a «imporre» al marito nel 1987 la scelta di un 35enne Gianfranco Fini come segretario. Una decisione ponderata, spiegava Donna Assunta, che all’epoca apprezzava quel giovane politico ma che poi ne sarebbe diventata una spina nel fianco. «Sfiduciandolo» dopo la svolta di Fiuggi, per poi ripudiarlo quando, a fine luglio 2010, esplose lo scandalo della casa di Montecarlo. Quella lasciata in eredità per la «buona battaglia» al partito dalla contessa Anna Maria Colleoni, e finita svenduta per 300mila euro a una serie di società offshore, che avevano scelto come inquilino Giancarlo Tulliani, il fratello della compagna del fondatore di An, Elisabetta.

    La storia è nota, la reazione di Fini all’inchiesta del Giornale che la rivelò pure: Fini derubricò tutto a campagna di delegittimazione, sostenne che il giovane Tulliani aveva affittato quella casa a sua insaputa, sminuì l’evidenza solare del ridicolo prezzo di vendita, e promise di dimettersi se fosse stato provato che Tulliani era il vero proprietario dell’appartamento. Il caso spaccò la destra, molti ex missini gli voltarono le spalle dandogli del traditore, altri seguirono l’allora presidente della Camera nella sua ultima avventura politica, la nascita di Futuro e Libertà, appena due giorni dopo la pubblicazione del primo articolo sull’affaire monegasco del Giornale. Il seguito della storia sbugiardò l’ex leader di An. Prima un documento del governo di Saint Lucia, l’isola caraibica sede delle offshore (Printemps, Timara, Jaman Directors), attestò che proprio il cognato era il proprietario di fatto di quelle società, e quindi della casa. Poi, anni dopo, la vicenda riemerse come punta dell’iceberg di un’indagine per maxiriciclaggio connessa al «re delle slot» Francesco Corallo. Per gli inquirenti, proprio con i soldi di quest’ultimo Tulliani avrebbe «saldato» il prezzo d’occasione pagato ad An per l’appartamento, mentre metà dei soldi incassati rivendendolo (al vero prezzo di mercato, assicurandosi una plusvalenza da 1,2 milioni di euro) dopo lo scandalo erano finiti sui conti dei Tullianos, compresa Elisabetta. Fini si difese dandosi del «coglione». Ma per le Fiamme Gialle, l’affaire immobiliare era stato concordato da Corallo e dai Tulliani, «nella piena consapevolezza» di Fini. Che, nel 2018, fu rinviato a giudizio per riciclaggio con compagna, cognato e suocero per aver trasferito fondi del gruppo Corallo a società offshore.

    Fini, oggi 70enne, si è eclissato. Il processo da quattro anni tarda a ingranare. Ma Donna Assunta ha fatto in tempo a emettere il suo verdetto, anche se solo morale e politico: una condanna senza appello. Disse che l’ex delfino, rinviato a giudizio, doveva restituire i soldi alla fondazione An. Ricordò che Giorgio Almirante, «non aveva cognati», tanto da trasferire subito al partito «altri appartamenti» donati dalla stessa contessa Colleoni. E, su Fini, tagliò corto: «Vorrei non averlo mai conosciuto».


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