Quei leader-meteora che spariscono nel nulla. Giuseppi teme di finire come Dini, Monti & Co.

Giu 23, 2022

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    Giuseppe Conte resterà sempre quello che ha portato il M5s alla scissione e ai minimi storici di consenso, dal 32% del 2018. Una leadership a dir poco fallimentare. Ma è per una stagione, nemmeno breve, l’avvocato di Volturara Appula è stato guardato come il nuovo epicentro della politica italiana, l’unico leader in grado di affrancare i grillini dal populismo e farne una colonna portante del centrosinistra («un punto fortissimo di riferimento di tutte le forze progressiste», assicurò Zingaretti), insomma una figura indispensabile. Ad un certo punto sembrava proprio non potesse esserci governo in Italia se non con Conte come premier. «Il Pd ha una sola parola ed esprime un nome come possibile guida di un governo di cambiamento. Quello di Giuseppe Conte», era la linea dei Dem. Guai solo a immaginare un altro esecutivo diverso dal Conte ter (salvo poi fare a gara per intestarsi il governo Draghi). Passata la sua stagione fortunata, Conte è invece rapidamente precipitato nel baratro in cui si trova ora. Ma la sua parabola non è affatto un’eccezione.

    La storia politica italiana, più o meno recente, è costellata da personaggi del genere, senza quid. Figure di secondo piano, tecnici chiamati da fuori, oppure personaggi arrivati dal nulla (come Conte), che improvvisamente, per una serie di coincidenze imprevedibili, si ritrovano al centro della scena, come se i destini dell’Italia dipendessero da loro (per poi sparire rapidamente). È successo con Mario Monti, invocato come il Salvatore nel novembre del 2011, in mezzo alla bufera dello spread, come l’unico in grado di rendere credibile l’Italia all’estero. I partiti lo candidavano a tutto e a leader di tutti (anche del centrodestra). Tutto però per poco più di un anno, prima di schiantarsi alle elezioni con la sua lista (ovviamente stimata a percentuali altissime, ma solo nei sondaggi) e finire lussuosamente parcheggiato in Parlamento come senatore a vita. Una traiettoria simile a quella di un altro tecnico, Lamberto Dini, anche lui Uomo della Provvidenza nel ’95, chiamato per prendere le redini del paese come premier dopo il Ribaltone di Bossi, provò subito dopo la strada da leader politico con Rinnovamento Italiano e poi la lista Dini. Con poca fortuna. Altra meteora è stato Mario Segni, che in un breve frangente parve l’uomo in grado di risollevare la politica italiana travolta da Mani Pulite. Anche lui, però, rapidamente evaporato nella mesosfera. Nella Prima Repubblica un soggetto così era stato Giovanni Goria, guardato per un certo periodo come l’«uomo nuovo» della Dc, ma presto rimesso in ombra da quelli vecchi. Più di recente si ricordano altri che hanno ballato per una sola estate o quasi. Marco Follini, leader dell’Udc, ad un certo punto emerse come l’ago della bilancia del secondo governo Berlusconi. Così era stato anche per colonnelli berlusconiani assurti a leader in pectore, uno dei quali Claudio Scajola. Sempre in quell’ambito, come dimenticare Angelino Alfano, promotore di una scissione e garante di un governo di sinistra con l’esigua truppa del suo Nuovo Centrodestra, finito nel nulla prima di diventare Vecchio. E ancora, transitata sempre dal Viminale, la stagione di Maroni nella Lega. Meteoriche anche, nel Pd, le segreterie di Maurizio Martina (ora alla Fao), Guglielmo Epifani e lo stesso Zingaretti, riparato nel Lazio. Promesse di future leadership non mantenute, talvolta rovinose come quella di Conte, ancora in tempo a fare peggio.


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