Quel blitz sinistro sulla polizia a cena

Dic 17, 2020

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    L’ennesimo balletto sulle restrizioni anti-Covid per le feste di Natale si è chiuso ieri sera con un deciso arretramento della linea morbida di Giuseppe Conte. Che, questo racconta la cronaca di giornata, ha dovuto alla fine cedere il passo al pressing rigorista di Pd e Leu. Si va, dunque, verso una stretta, con l’Italia tutta che dovrebbe essere dichiarata «zona rossa» nei festivi e prefestivi dal 24 dicembre al 3 gennaio.

    Il condizionale, però, è d’obbligo. Perché i complessi e bizantini processi decisionali di questo governo non si curano troppo di un Paese che da giorni aspetta una risposta chiara su come sarà regolamentata la vita degli italiani – quella sociale e quella economica – nelle due settimane di festività che sono ormai alle porte. D’altra parte, le priorità della politica sono ben altre. Verifica di governo e rimpasto su tutte, temi che evidentemente scaldano i cuori. E così, dopo ore ed ore di riunione a Palazzo Chigi tra Conte e i capi delegazione della maggioranza, filtra sì una decisa inclinazione verso un approccio più rigoroso, ma si decide pure di aggiornarsi perché – ohibò – al vertice non è presente la ministra Teresa Bellanova, che guida la pattuglia renziana di Italia viva. Era impegna a Bruxelles con questioni inderogabili ed evidentemente nessuno poteva sostituirla alla riunione a Palazzo Chigi. Oppure, ma è certamente un dubbio malizioso, Matteo Renzi ha cercato ancora una volta di alzare il tiro su un Conte che ormai da settimane è sotto assedio. Non è un caso che proprio ieri pomeriggio, a vertice in corso, il presidente di Italia viva Ettore Rosato continuasse ad evocare le «dimissioni dei ministri di Iv».

    La decisione definitiva sulle restrizioni natalizie, dunque, non è ancora arrivata, ma arriverà. Magari all’alba di stamattina, perché la Bellanova sarà riuscita a rientrare in tempo per una delle solite riunioni notturne che tanto appassionano Conte. O, molto più probabilmente, nella giornata di oggi, dopo che il premier si sarà finalmente confrontato con il capo delegazione di Iv e dopo che il governo avrà visto Comuni e Regioni. Poi, certo, ci sarà da attendere l’ennesimo Dpcm – forse accompagnato da un decreto legge – che metta nero su bianco le suddette misure, provvedimento atteso per domani. Quando, probabilmente, terminerà questo surreale balletto. Per ora – considerando che sul punto il governo cambia approccio con la stessa frequenza con cui variano le previsioni del tempo – l’unica certezza sta dunque nelle parole di Conte. Che, trovando a sera il tempo per registrare un intervento ad Accordi & Disaccordi, programma di approfondimento politico su Nove, ha fatto sapere che il governo sta «lavorando a restrizioni aggiuntive».

    Resta sulla sfondo, invece, l’eterno braccio di ferro tra Conte e i ministri di Pd e Leu. Che la linea morbida del premier si scontri con il rigore predicato da Dario Franceschini, Francesco Boccia e Roberto Speranza non è più una novità. Lo stesso canovaccio, infatti, va in scena da settimane, forse mesi. Il dato nuovo è che l’autoproclamato «avvocato del popolo» questa volta è stato costretto ad arretrare. Non solo per il pressing forsennato dei ministri di Salute e Affari regionali, convinti che «la curva cala solo nelle zone rosse», ma anche per la sponda arrivata da Luca Zaia, uno che ha sempre teorizzato la possibilità di convivere con il virus senza per forza chiudere tutto. Proprio ieri mattina, infatti, il governatore del Veneto ha chiesto «restrizioni massime», avallando di fatto la linea che il Pd teorizza da tempo. Così i dem hanno messo il premier all’angolo. Perché, ha fatto presente il capo delegazione Franceschini a Conte, «se non siamo rigorosi oggi te ne pentirai domani». E durante la riunione fiume di oltre quattro ore dal Pd c’è anche chi ha ipotizzato controlli dentro le case per evitare che si organizzino feste. Ipotesi che, hanno fatto presente dal ministero dell’Interno, è assolutamente impraticabile ed è prontamente finita nel cassetto. Ma il fatto che il tema sia stato solo sollevato la dice lunga su quanto duro sia stato il confronto e su quanto distanti fossero le posizioni di partenza. Conte, sempre più indebolito dalle voci di verifica e da un rimpasto che dopo la Befana appare ormai molto probabile, ha provato a mediare e tergiversare. Ha più volte ricordato l’assenza di Italia viva alla riunione, cercando di utilizzarla come salvagente anche alla luce del fatto che Renzi è notoriamente su posizioni meno rigide di quelle di Pd e Leu. In attesa della giornata di oggi e del Dpcm di domani ha dovuto però cedere terreno: sì alla zona rossa nazionale il 24, 25, 26, 27 e 31 dicembre e il primo, 2 e 3 gennaio. Grazie alla sponda del Viminale, invece, pare sia riuscito ad evitare la chiusura il prossimo week end, al momento gli ultimi due giorni utili per chi è intenzionato a spostarsi. In molti si sono già organizzati, treni e aerei sono già sold out e il ministero dell’Interno ha fatto presente che una decisione del genere presa last minute rischierebbe di portare a fughe di massa dalle città.



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