“Quel giorno in cui Saragat mi raccontò la sua vita. La Farnesina come un convento”

Ago 4, 2022

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Sergio Romano a 93 anni splendidamente portati è uno degli ultimi grandi diplomatici italiani. Una carriera vissuta all’apice delle istituzioni che già da giovanissimo lo proiettarono a rivestire ruoli di primo piano a fianco del ministro degli Esteri e poi presidente della Repubblica Giuseppe Saragat. Quando Romano entra agli Esteri la sede era ancora Palazzo Chigi, cosa che infastidiva Fanfani deciso a spostarci la presidenza del Consiglio in quanto la riteneva più vicina alla Camera e al Senato “ed era anche abbastanza logico e ragionevole”.

Come era la Farnesina quando vi entrò?

“La Farnesina aveva ancora la generazione che aveva lavorato con il fascismo. I direttori generali erano la spina dorsale di quel ministero che loro conoscevano bene, avendolo praticato in tempi diversi, ricordavano perfettamente il passaggio dalla dittatura alla democrazia. Quindi avevamo una scuola in casa che erano questi ‘vecchi’. Quella generazione che era cresciuta durante il Ventennio non era radicalmente fascista, mentre in seguito sono diventati degli europeisti convinti”.

Lei è stato all’ambasciata a Londra negli anni ’60.

“Io ho amato molto Londra, quella era una vera scuola di democrazia per il modo in cui lavoravano, per il modo in cui i partiti si rispettavano e al tempo stesso facevano delle battaglie fra di loro molto dure ma sempre con le regole del gioco. In quel momento però il Paese era alla ricerca di se stesso perché aveva cercato di trasformare l’impero in un commonwealth. La formula non era sbagliata, cioè dare a ogni colonia dell’impero lo status di nazione indipendente con un vincolo però che in qualche modo riprendesse, mantenesse e conservasse quei rapporti che avevano avuto con l’Inghilterra negli anni passati”.

Negli anni in cui è stato a Londra c’erano figure di primo piano del conservatorismo internazionale come Churchill ma anche Macmillan e Douglas-Home.

“Churchill non era visibile, oramai gli anni erano avanti, ho avuto modo di vederlo a una cerimonia quando le cose sono sempre molto formali. Macmillan ed Eden erano persone con cui era ancora possibile per un diplomatico avere un contatto. Tuttavia un giovane diplomatico non veniva ricevuto tête-à-tête né da Eden né da Macmillan. La vita sociale inglese comportava cocktail party che erano poi in realtà dei luoghi di incontro, conversazione, scambi di vedute…”.

All’ambasciata a Londra c’era Vittorio Zoppi.

“Zoppi era stato segretario generale del ministero degli Esteri. Era una persona di grande buon senso, equilibrio e seguiva attentamente la carriera dei giovani che considerava un investimento per il futuro del ministero. Zoppi mi ha fatto una grande impressione e lo ricordo con affetto”.

Oltre all’azione di De Gasperi, quanto fu importante il ruolo di figure come Sforza, Tarchiani, Saragat e Carandini nel ridare all’Italia prestigio a livello internazionale?

“Fu un ruolo molto importante. Innanzitutto erano stati degli antifascisti, avevano una rete di amicizie e di conoscenze costruita da sé quando erano esuli, a Parigi, a Londra e questo patrimonio servì a loro e in grosso modo all’intero Paese dopo la caduta del fascismo. Tra noi e loro c’era una bella differenza di età, quaranta/cinquant’anni, ma insomma erano dei veri maestri. Figure come Carandini e Tarchiani ad esempio, nonostante fossero dei grandi vecchi erano gentili e signorili. Eravamo una specie di convento. Il ministero degli Esteri è sempre stato un po’ un convento”.

Nel ’64 è nel gabinetto del ministro degli Esteri Saragat. Presidente del Consiglio è Aldo Moro.

“L’uomo che lo conosceva meglio al ministero degli Esteri in quel momento era probabilmente Malfatti, il capo di gabinetto, che poi ne diventò segretario generale. Saragat aveva una bella esperienza francese, aveva passato parecchi anni in Francia, parlava bene la lingua, e la politica francese era anch’essa una bella scuola”.

Riguardo ai fatti del golpe De Lorenzo che idea si fece?

“Io ebbi l’impressione che non ci fosse molta sostanza dietro quel progetto. Mi sembrò che ci fossero persone che volevano esistere ed essere più conosciute, meglio conosciute, più commentate sui giornali, insomma non riuscii a convincermi che ci fosse davvero un rischio”.

Dopo la morte di Antonio Segni, Saragat sale al Quirinale e Lei entra nella segreteria generale della presidenza. Come era il rapporto tra Quirinale e ministero degli Esteri visto da entrambi i lati?

“Fu una grande scuola. Io ho l’impressione che il problema fosse quello di stabilire un rapporto e una distribuzione delle parti tra il ministero degli Esteri e la presidenza della Repubblica. La presidenza della Repubblica nella Costituzione italiana non ha quelle competenze che alcuni presidenti avrebbero voluto avere, e il ministero degli Esteri difendeva le sue competenze. Quindi un pochino di ‘ruggine’ ogni tanto poteva anche esserci, che però scompariva abbastanza rapidamente”.

Come ricorda personalmente Saragat?

“Molto bene. Quando io ho lasciato il ministero degli Esteri per andare a Parigi in ambasciata, andai a salutarlo e lui mi accolse molto cordialmente. Io ero stato un giovane diplomatico all’interno del gabinetto del ministero degli Esteri, quindi piuttosto vicino a lui, ma vicino a lui con quella differenza di età e soprattutto con dei compiti che i giovani diplomatici dovevano rispettare. Non potevamo certo negoziare un trattato! Lo trovai quindi in un giorno in cui lui mi raccontò tantissimi anni della sua vita, avrei dovuto trascriverlo quel colloquio. Sarebbe stato molto bello. Mi trattò un po’ come il giovane studente a cui lui poteva raccontare la sua vita per dare qualcosa in più, poi naturalmente voleva anche che la sua vita venisse ricordata. Fu una bella giornata”.

La cosa che la colpì di più di quel racconto?

“Il periodo di Parigi, perché lui visse anche politicamente una vita piuttosto intensa, conosceva uomini, aveva rapporti e ne parlava con un po’ di nostalgia”.

È vero che a Saragat piaceva bere?

“Forse un bicchiere lo beveva, forse due… devo dire che lo vedevo con grande frequenza ma non ho mai avuto occasione di vederlo ‘smarrito’ ”.

Nella sua lunga carriera diplomatica è stato anche ambasciatore a Mosca (1985-1989)…

“Io ho avuto l’occasione di arrivare a Mosca nell’anno in cui Gorbaciov divenne segretario generale del partito comunista, quindi ho avuto la fortuna in un certo senso di cominciare il mio periodo con una riforma importante del sistema (che stava cambiando). Noi dovemmo immediatamente informare come questi cambiamenti funzionavano, non funzionavano, davano risultati, non davano i risultati sperati. Gorbaciov era bravo, non tutti però all’interno del partito erano d’accordo con la sua linea, doveva quindi superare degli ostacoli anche all’interno del suo partito”.

I rapporti tra il governo italiano e Mosca?

“Eccellenti. I due paesi a modo loro si amavano, ciascuno con i suoi interessi e le sue prudenze. Io ho avuto con i russi un rapporto rispettoso. Anche quando discutevamo lo facevamo con rispetto reciproco”.

Mentre Lei è a Mosca, a Roma Craxi era presidente del Consiglio.

“Non avevo con lui quella quotidianità che ad esempio avevo avuto in passato con Saragat al Quirinale. Quando tornavo da Mosca, ogni sei o sette mesi, facevamo un resoconto della situazione. Lui era sempre molto gentile, simpatico e cortese”.

La carriera diplomatica la lascia invece per uno scontro con De Mita?

“Lo hanno sempre presentato come uno scontro, ma le cose andarono diversamente. Lui decise di darmi un incarico a Madrid, che non era nemmeno all’altezza del mio grado. Molti altri diplomatici lo avrebbero accettato perché dava visibilità, non era particolarmente operativo, mentre io avevo l’impressione che mi sarei annoiato, allora a un certo punto ho deciso di andarmene”.

Lei oltre ad una vita spesa per le istituzioni è anche conosciuto come un grande scrittore e giornalista, curando tra l’altro un bellissimo libro su Montanelli.

“Ricordo che io dovevo essere rispettoso e sentivo il bisogno di essere rispettoso con lui. Era un uomo capace di inserirsi in qualsiasi situazione ritenesse utile per il paese e per se stesso. Lo consideravo un maestro e credo di aver fatto bene”.


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