Quel top manager che porta a spasso il governo italiano in Africa ed Emirati

Giu 20, 2022

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    Non è solo un po’ di sano sciovinismo. È che un’altra nazione che ha reagito alla crisi del gas come ha fatto l’Italia non c’è. E questo perché non c’è stata un’altra società energetica che ha bruciato tutti sul tempo come ha fatto l’Eni, guidata dal ceo Claudio Descalzi. Le due entità, nazione-Italia e società-Eni si sono mosse all’unisono. Rendendo di nuovo visibile quello che sentiamo ripetere da quasi 70 anni. E cioè che nell’Italia del dopoguerra l’Eni rappresenta il ministero degli Esteri ombra. Un centro economico e finanziario di potere in grado di influenzare la politica estera italiana. Una società controllata sì dal governo (con il 30,3% ne nomina gli amministratori), ma il cui capitale è per oltre il 50% nelle mani dei grandi investitori internazionali.

    Da febbraio a oggi, abbiamo letto di almeno cinque missioni del governo per ridurre la dipendenza dal gas russo: in Algeria, Angola, Congo, Mozambico e Qatar. Missioni dove spesso insieme al premier Mario Draghi (fermato solo dal Covid, a un centro punto) e al capo della Farnesina Luigi Di Maio, il terzo inter pares era Descalzi. Mentre, nella realtà, è stato quest’ultimo a portare il governo italiano a spasso per l’Africa e gli Emirati, potendo sfruttare un vantaggio competitivo unico al mondo, accumulato in decenni di relazioni economiche intessute dall’Eni. Tenendo conto che le due cose vanno di pari passo: per ottenere ingenti quantità aggiuntive di gas da questi Paesi, in questo momento storico, serve l’appoggio politico e governativo.

    Descalzi ha dunque preparato il terreno alle missioni, con le quali il governo ha potuto chiudere gli accordi successivamente comunicati. Da Algeria e Libia nei prossimi tre anni arriveranno 9-11 miliardi di metri cubi di gas dal gasdotto Transmed; Egitto e Qatar contribuiranno con altri 5 miliardi nel 2023; e per il 2023-2024 Eni potrà avere gas liquido dal progetto in Congo che, con quello in Angola, vale almeno altri 6 miliardi. E poi ci sarà il Mozambico. Il risultato sarà una sostituzione del gas russo (30 miliardi di metri cubi l’anno) pari al 50% nel prossimo inverno, 80% per il 24 e autonomia totale fra tre anni. Dal 2025, inoltre, inizierà a dare i suoi frutti il progetto – sempre di Gnl – annunciato ieri con il Qatar.

    Descalzi, 67 anni, è al terzo mandato triennale al vertice del Cane a sei zampe. Anni difficili per la società, alle prese con il calo del petrolio, e per il manager, processato nel 2017 per corruzione internazionale, accusa da cui è stato assolto l’anno scorso. Vicende che non hanno rallentato il suo impegno rivolto in particolare verso il continente africano, dove Descalzi – che con Scaroni al vertice del gruppo era il capo della Divisione esplorazione e produzione – ha sviluppato giacimenti un po’ ovunque. È sotto la sua guida, per esempio, che Eni, in Egitto, ha scoperto Zohr, il più grande giacimento di gas offshore del Mediterraneo. L’attività dell’Eni nei Paesi dove opera nella ricerca, sviluppo e produzione di idrocarburi è legata per sua natura a società statali. Di qui la necessità di rendere stabili questi rapporti anche attraverso la diplomazia italiana.

    Il risultato di queste storiche relazioni lo vediamo in questi mesi di nuovi accordi internazionali.

    L’altro lato della medaglia è lo stesso motivo per cui oggi dobbiamo sostituire il gas russo: anche quella di dipendere da Gazprom fu una scelta strategica dell’Eni, allora considerata la più conveniente.

    Oggi gli equilibri dell’energia portano in altre direzioni. E l’Eni torna in prima linea. Come un faro che – piaccia o non piaccia – resta tra i pochi punti fermi della nazione. In attesa di un sistema politico che sappia esprimere governi più stabili e duraturi di quanto non accada ormai da oltre un decennio.


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