Quelli che “Berlusconi è divisivo” hanno eletto il compagno Giorgio

Dic 28, 2021

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    Divisivo. Questa parola scende come un incantesimo di difesa sul Quirinale. Silvio Berlusconi non può neppure sognare la presidenza della Repubblica. Non ne ha i requisiti. No, non quelli di legge, ma altri, disegnati sul momento per lui, come una camicia di forza. Non è opportuno. Non è il caso. Non si rende conto. Il capo dello Stato, dicono, non deve avere passato, non ha bandiera, non ha parte. L’uomo che salirà sul Colle dovrà essere amico di tutti, benvoluto a destra e manca, specchio di una storia condivisa, urbi et orbi e con la vocazione universale che perfino i papi faticano a incarnare. Tutto ciò naturalmente è contingente. Vale qui e adesso, anche se diranno che è stato sempre così. La realtà è che in passato nessuno se ne è mai preoccupato più di tanto. Otto presidenti sono stati eletti con meno del 70 per cento dei voti. Non erano in quel momento super partes, magari qualcuno lo è diventato dopo. Mattarella, per esempio. L’attuale presidente è arrivato al Quirinale con un colpo di mano di Renzi e la tessera del Pd in tasca. Non è facile ora ricordarsene. Tutto dipende da come incarni per sette anni quel ruolo.
    Giorgio Napolitano, eletto la prima volta con il 53 per cento dei voti dei grandi elettori, invece è rimasto sempre un presidente di parte, perfino quando si è ritrovato sul Colle per la seconda volta, tanto da passare alla storia come l’uomo che ha cambiato l’interpretazione e il ruolo quirinalizio. Non più garante, ma protagonista dell’azione politica. Molti ritengono che il suo merito maggiore sia stato proprio quello di schierarsi, di combattere, senza imbarazzo. Onestamente, non è così? Oscar Luigi Scalfaro fu scelto, su suggerimento di Pannella, per ridare una speranza a un Paese in ginocchio, sconvolto per la morte di Falcone e Borsellino e sotto l’assedio della mafia. Scalfaro doveva essere il volto dell’equilibrio, un punto di riferimento di un’Italia sotto scacco e di una repubblica in frantumi. Non fu nulla di tutto questo. Fu invece uomo di parte fino alla fine, un arbitro parziale che non si preoccupò neppure di nascondere il nome dei suoi nemici e che ebbe un ruolo determinante nel ribaltone che sconfessò la vittoria del ’94 di Berlusconi. Nessuno si è posto il problema neppure quando Prodi fu in corsa per il Quirinale. Fu tradito, ma non battezzato come divisivo. Prodi sì e Berlusconi no? Manca la ratio. Lo stesso Enrico Letta dovrebbe ricordare che per senso di responsabilità proprio Berlusconi votò il suo governo. Lo stesso discorso vale per Mario Draghi, dimostrando che quando è in ballo il destino dell’Italia il leader di Forza Italia si è mostrato tutt’altro che divisivo. Ecco perché questo aggettivo adesso puzza di ipocrisia. È la scusa per sostenere che, al di là delle chiacchiere, la scelta del presidente spetta per grazia di Dio e arroganza di parte solo alla sinistra. È la costituzione secondo il Pd.


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