Record di contagi e morti. Ora servono nuove regole

Gen 5, 2022

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    I numeri di Omicron, da quanto appare, ci insegnano che la filosofia del virus, se di filosofia si può parlare, è mutata: se fino alla variante Delta avevamo un covid meno contagioso e portatore potenzialmente di conseguenze sul piano medico più gravi, l’ultima metamorfosi del mostro si diffonde molto più velocemente (ieri è stato superato di nuovo il record dei contagi in un giorno, siamo arrivati quasi a 171mila) ma, specie per i vaccinati, determina in proporzione meno terapie intensive e meno decessi. Anche se poi con numeri così elevati e con la penetrazione del virus nelle aree No-Vax gli ospedali possono andare in tensione: ieri ci sono stati 259 morti, siamo tornati ai livelli del 12 maggio. Già ora, se si usa un’equazione matematica corredata dall’esperienza di queste settimane, si può immaginare che il numero dei positivi nel Paese arrivi a superare i due milioni, di molto. Allora chi ci governa dovrebbe porsi un interrogativo: si può affrontare quest’ultima versione del Covid con la stessa strategia che abbiamo adottato negli ultimi due anni? Il pragmatismo a cui si ispira il governo, almeno in teoria, non richiederebbe un aggiornamento delle regole, dei meccanismi di prevenzione e di contenimento?

    Sono interrogativi legittimi che si dovrebbe porre innanzitutto Mario Draghi. Per entrare nel concreto basta un esempio: se si mantiene l’attuale normativa che prevede tamponi a iosa per garantirsi il Green pass, si rischia di avere lunghe, per non dire sterminate code davanti alle farmacie e ai laboratori di analisi. Questo nelle regioni più fortunate, in quelle meno attrezzate o dove la diffusione di Omicron è stata addirittura esponenziale (vedi la Lombardia) farsi un tampone significa già oggi cimentarsi in una caccia al tesoro. Risultato: con una platea così larga di possibili contagiati o si creano le condizioni sul piano dell’organizzazione per affrontare una domanda di tamponi che si moltiplica di giorno in giorno; o si ferma il Paese nelle scuole, sui luoghi di lavoro o nei trasporti; o le regole sono scritte sulla carta ma non vengono rispettate (i Green pass spesso non vengono sospesi a chi risulta positivo o, più facilmente, la comunicazione avviene con tempi talmente lunghi che la sospensione arriva quando l’interessato è tornato negativo). Cioè la gente si comporta come vuole, visto che con questi numeri il controllo diventa quasi impossibile. Oppure ultima alternativa, la più sensata, si crea una normativa adatta alla nuova variante, per non creare la condizione paradossale per cui abbiamo regole ferree ma solo sulla carta. Un rigore senza rigore.

    Ecco perché varrebbe la pena di aggiornare la nostra strategia sul Covid. Continuando a non vedere la realtà si rischia di disorientare non poco l’opinione pubblica. Non si tratta, quindi, di una guerra tra rigoristi e non rigoristi, tra pro-vax e negazionisti. Tutt’altro, semmai, c’è l’esigenza, appunto, di essere pragmatici. Tant’è che per alcuni versi, in questa marea montante di contagi, più che differenziare la platea in tamponati «negativi» con il super green pass, «positivi» sani con due dosi o tre senza super green pass, segregati e non vaccinati malati (e chi più ne ha, più ne metta), sarebbe molto più semplice introdurre l’obbligo vaccinale marcando una linea chiara di confine, che non abbia cento fattispecie, tra vaccinati da una parte e senza vaccino dall’altra. Anche perché l’unica area a rischio, a questo punto, è quella dei No-Vax (sette pazienti su dieci nelle terapie intensive fanno parte di questa categoria e per i decessi la proporzione aumenta ancora di più). In fondo sarebbe un «bianco e nero» più chiaro, per la gente più comprensibile e, proprio per questo, più accettabile.


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