Regole e costumi

Giu 29, 2022

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Almeno per numeri assoluti raccolti nelle elezioni amministrative, il centrodestra non dovrebbe mettersi a lutto: ha preso mezzo milione di voti più del centrosinistra. Il problema semmai è come sia riuscito ad indispettire i suoi elettori al punto da non riuscire a riportarli alle urne al ballottaggio. E la spiegazione è semplice: i gruppi dirigenti hanno litigato e si sono fatti male l’un l’altro. Per cui si tratta di una questione di regole e comportamenti prima ancora che di linea politica e di programmi. È una malattia, ormai cronica, che spinge a turno una delle forze politiche del centrodestra in fase di crescita – prima la Lega, ora FdI – a giocare da sola, a seguire più gli interessi, gli egoismi di partito che non a privilegiare la coalizione.

Una delle cause della patologia, se non la principale, è lo schema per cui la premiership va al leader del partito che prende più voti. Dal punto di vista lessicale lo slogan è efficace e non fa una piega. Solo che racchiude in sé anche le ragioni di una competizione spietata, senza quartiere. In più rende i leader prigionieri dei loro partiti e non rappresentativi dell’intera coalizione.

È fatale, inevitabile. E i numeri, va detto, potrebbero in alcuni casi non dare ragione a questa regola non scritta: mettiamo il caso, infatti, che Fratelli d’Italia raccolga il 22% e, dall’altra parte, la Lega il 15%, Forza Italia il 10%, i centristi un 2%. È evidente che la convergenza dei voti del Carroccio, degli azzurri e dei centristi su un altro nome lo renderebbero più rappresentativo della coalizione del leader di FdI. Ovviamente, non è detto che la Meloni anche in quel caso non possa raccogliere un ampio consenso nello schieramento di centrodestra, ma per raggiungere l’obiettivo dovrebbe o raggiungere una percentuale superiore a quelle degli altri messe insieme, o coltivare il rapporto con gli alleati, cioè tentare di rappresentarne le istanze. Dovrebbe agire esattamente, quindi, con la sensibilità e lo spirito del leader di coalizione.

Quale potrebbe essere la strada, pardon, la regola per imporre un simile comportamento virtuoso? Demandare la scelta del premier all’assemblea di tutti parlamentari del centrodestra all’indomani delle elezioni. Di certo il nome che fosse indicato in quella sede sarebbe rappresentativo della coalizione e non di un singolo partito e già solo per questo sarebbe dotato di un’investitura politica superiore. L’obiezione, per la verità semplicistica, degli uomini della Meloni a una simile idea è che il Cavaliere in passato ha sempre sposato la regola per cui il premier è espresso dal partito che raccoglie più voti. In realtà non è così: Berlusconi è sempre stato il baricentro dell’alleanza oltre a guidare il partito che nella coalizione raccoglieva più consensi della somma di tutti gli altri. Basta guardare ai dati delle elezioni che lo hanno portato a Palazzo Chigi: nel 1994 Forza Italia raggiunse il 21%, Lega (8%) e Alleanza Nazionale (13,4%) insieme facevano il 21,4%, solo che erano talmente incompatibili che si erano alleate separatamente con Fi una al Nord e una al Sud. Nel 2001 gli azzurri raggiunsero da soli il 29,4%, gli altri partiti del centrodestra sommati (Lega, An, centristi) il 19,1%. Nel 2008 il Cav era il leader del Pdl che raggiunse il 37,4% e aveva come alleati la Lega (8,3%) e le autonomie del Sud (1,1%). Insomma, l’obiezione di FdI non regge: se ci fosse stata l’assemblea degli eletti anche in quei casi l’investitura, non fosse altro per i numeri, l’avrebbe avuta ugualmente Berlusconi.


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