Riccardo Bocca racconta il coraggio di Don Coluccia

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– RICCARDO BOCCA, IL PRETE INDIGESTO.  LA VITA E LE LOTTE DI DON ANTONIO COLUCCIA (HarperCollins Italia, pp.128, 18 euro). “Questo è un libro di domande, non certo un santino. Racconto la storia di un sacerdote che nella sua quotidianità si pone di traverso in territori abbandonati da tutti”. Sono senza dubbio il coraggio e la dignità, accanto all’integrità morale, ma non certo la retorica gli elementi che emergono nel libro “Un prete indigesto” (HarperCollins), in cui il giornalista Riccardo Bocca racconta la lotta quotidiana di Don Antonio Coluccia contro la criminalità. In una lunga ma agile chiacchierata, Bocca ripercorre la vita del suo protagonista e attraverso le parole del sacerdote ne delinea la figura straordinaria: una storia appassionante che parte dalla Puglia (Don Coluccia è originario di Specchia, in provincia di Lecce) e arriva Roma (dove ha trasformato una villa confiscata a un boss della banda della Magliana in una casa di accoglienza per chi ha bisogno), passando per le periferie di Napoli. Il lavoro che da oltre 20 anni il sacerdote svolge nei territori degradati, soprattutto per strappare i giovani alle droghe e al richiamo delle mafie, è noto a molti: proprio per la sua determinazione a “sporcarsi le mani” e per la militanza intransigente è stato spesso oggetto di minacce di morte e intimidazioni varie e gli è stata assegnata una scorta. A dispetto dei proiettili e delle bombe carta, Don Antonio però non ha mai fatto un passo indietro, anzi, se possibile ha amplificato la sua azione: a guidarlo un’inquietudine provata fin da giovane, che alla fine – dopo un passato laico come operaio in un calzaturificio, nell’impegno costante anche nel sindacato e nel volontariato – si è rivelata una profonda vocazione. Un richiamo irresistibile, maturato dopo un viaggio umanitario in Bosnia-Erzegovina e in Albania. Da sacerdote Don Antonio Coluccia è partito dai suoi errori rivolgendosi al popolo degli ultimi sospendendo ogni giudizio, con il solo obiettivo dell’accoglienza e dell’aiuto concreto, oltre la retorica. “Don Antonio non è certo un esibizionista del bene, non ha bisogno di autoaffermazione. La sua qualità personale la afferma da una parte con la fede, dall’altra con le azioni concrete”, racconta Bocca all’ANSA, che sottolinea quanto alla base del libro “ci sia l’intransigenza etica: volevo raccontare una storia che ispirasse me stesso per primo e poi gli altri.
    Quello di Don Coluccia è una sorta di materialismo della fede, ossia la capacità di scegliere il fare. Per lavorare al libro ci siamo visti per mesi, ma in ogni incontro lui era visibilmente stanco, perché ha sempre tantissime cose da fare. Il bello è che Don Antonio si è fidato completamente nel raccontare la sua vita e le sue scelte: io ci ho messo il mestiere e la buona fede”.
    Come si racconta un antieroe come lui senza cadere nella retorica? “Ho scelto una scrittura scarna, con pochi aggettivi: la potenza del racconto deriva non dalla costruzione narrativa ma semmai dalla capacità di far raccontare a Don Coluccia il lato ordinario del degrado e della solitudine. Lui è un uomo scomodo, è indigesto perché non riesce a mediare: se da un lato è aperto al prossimo, dall’altro sui principi non dà margine di trattativa. Opera nella realtà grave delle periferie, delle mafie, della sopraffazione, una realtà su cui c’è disinteresse.
    Don Coluccia invece, si espone a pericoli seri: è imprudente, perché fa quello che va fatto. Ma guai a chiamarlo eroe, è una parola che disprezza: perché è come riconoscere al crimine il fatto che per svolgere una azione di legalità devi necessariamente fare un sacrificio estremo”. Don Coluccia agisce isolato, quasi un cane sciolto rispetto al Vaticano e alle istituzioni? “Don Antonio è un martello, non si ferma mai: lotta contro la criminalità come per una necessità personale. Rispetto al Vaticano e alle istituzioni è autonomo: cerca collaborazione, e se la ottiene è meglio, ma se non la ottiene va avanti lo stesso”, prosegue Bocca, “è consapevole delle dinamiche di potere: attraverso chi lo detiene cerca di fare cose importanti, ma se trova la strada sbarrata butta giù l’ostacolo. L’unica cosa che lo indispone davvero è quando si accorge che qualcuno vuole strumentalizzarlo, utilizzarlo per il proprio tornaconto: allora non lo vedi più”. Martedì 4 ottobre il libro sarà presentato nella libreria Borri Books alla Stazione Termini a Roma, alle ore 18.30. (ANSA).
   


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