• Rigassificatore e acciaieria, adesso scoppia il caso Piombino

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    “Le acciaierie di Piombino le acquisirà Arvedi”. È forse la notizia più importante venuta fuori in questi giorni di gran parlare sul rigassificatore e l’ha data Carlo Calenda durante la sua iniziativa a Piombino parlando con i sindacati.

    La notizia fin qui non è mai stata ufficiale, trattative al Mise non ce ne sono, e da noi contattato lo staff di Arvedi non ha voluto commentare la notizia.

    Ma se l’ha detta Calenda è abbastanza credibile, avendola l’ex ministro forse potuta apprendere direttamente da Gianpiero Castano, oggi responsabile relazioni esterne del gruppo Arvedi, e già coordinatore dei tavoli di crisi al Mise con Calenda, prima di essere cacciato da Di Maio.

    Parliamo dell’altra vertenza Piombino, quella dell’acciaieria, che potrebbe essere fortemente condizionata dal rigassificatore.

    Al momento è guidata da Marco Carrai, vicepresidente del gruppo Jsw degli indiani Jindal. Giovedì Carrai ha incontrato i sindacati, comunicando che è concreto il rischio che la Uilm da tempo aveva espresso: che la presenza della nave per il gas in banchina potesse ostacolare, o come ha detto Carrai “creare un problema di competitività se il posizionamento della nave rigassificatrice sulla banchina Pim creasse delle interferenze ed impedisse di effettuare le operazioni di scarico del semiprodotto della Piombino Logistics sulla banchina pubblica della Darsena Nord”.

    Come ci ha spiegato Lorenzo Fusco, della Uilm PIombino, da quando nel 2014 è stato spento l’altoforno, a Piombino viene solo lavorato acciaio semiprodotto che arriva dall’estero. Con lo scoppio della guerra il nolo delle navi è aumentato da 40 a 100 dollari a tonnellata. Quindi ora vengono utilizzate navi più grandi, che però hanno un pescaggio maggiore e per scaricare devono attaccare prima alla banchina nord che ha un fondale di 20 metro. Da qui vengono alleggerite e poi spostare alla banchina di Piombino Logistics.

    Secondo Calenda il problema di incompatibilità si risolverebbe facendo spostare la Gola Tundra ogni due giorni, operazione che Snam non ritiene incompatibile con le attuali attività della banchina nord. Ma comunque di non facile ormeggio.

    Per questo Carrai ha annunciato che scriverà una lettera di osservazioni al commissario Giani: Il gruppo al fine di tutelare la propria attività logistica di approvvigionamento e spedizioni delle merci, presenterà un’osservazione per mettere in sicurezza questa attività che oggi avviene in una banchina e che in futuro potrebbe avvenire in un’altra, non sottoposta a vincolo, ma con un pescaggio inferiore e da sottoporre quindi a lavori straordinari per mantenere l’attuale livello di efficienza ed economicità“.

    Se il problema fosse concreto, complicherebbe ancora di più una vertenza già in stallo, e l’unica possibilità concreta di rilancio.

    Quella di Piombino infatti è l’unica acciaieria d’Italia che fa acciaio per rotaie. E da mesi è in trattativa per una commessa decennale da 2,5 miliardi Rfi per la produzione di tutti i binari del Pnrr. Che se non andasse in porto, l’Italia farebbe costruire all’estero. Lasciando a casa i 700 lavoratori in cassa integrazione a Piombino dal 2014.

    La crisi come abbiamo visto nasce con lo spegnimento dell’altoforno. Scese in piazza tutta la città per evitarlo, ma l’allora presidente della Regione Enrico Rossi, oggi candidato del Pd all’uninominale, promise che non era una chiusura definitiva, ma solo uno spegnimento momentaneo, in attesa che la Lucchini in amministrazione straordinaria trovasse un nuovo acquirente. Da allora l’altoforno non è mai più stato riacceso, esattamente come l’afo5 di Ilva spento nel 2015 e ancora oggi presente nei piani industriali di revamping pubblici (l’ultimo accordo Invitalia firmato da Conte, Arcuri e Gualtieri prevedeva avvio del rifacimento afo5 entro il 2023) mai partiti.

    Dopo diversi passaggi di mano, l’acciaeria fu venduta agli indiani di Jindal, gli stessi che avevano perso la gara Ilva contro ArcelorMittal. Quelli per cui facevano il tifo Michele Emiliano e Francesco Boccia, che a loro dire avrebbero decarbonizzato Ilva facendola andare a gas (così oggi sarebbe fallita definitamente).

    A Piombino Jindal aveva promesso un investimento per un forno elettrico e sottoscritto un accordo di programma con gli enti locali per bonifiche e mantenimento dell’occupazione. Dopo tre anni Jindal non ha mai presentato il piano industriale, zero investimenti, e l’accordo di programma è scaduto senza mai essere stato attuato.

    L’azienda che secondo Emiliano e Boccia avrebbe dovuto ripulire Ilva con un investimento di 4 miliardi di euro per fare i forni a gas, a Piombino in tre anni non è riuscita a fare un investimento di 500 milioni per un forno elettrico. Mentre Arcelormittal in Ilva procede con gli investimenti ambientali in perfetto rispetto del cronoprogramma di legge.

    E a Piombino si riapre la crisi industriale. Il governo Conte allora tira fuori il cappello dal cilindro: interverrà Invitalia. Con uno stanziamento di almeno 30 milioni per il solo revamping dei tre treni laminatoi. Se ne occupano prima la vice al Mise Alessia Morani Pd, poi le succede Alessandra Todde 5s.

    Si apre la due diligence, ma poi il governo Draghi blocca tutto.

    A quel punto il presidente Sajjan Jindal a fine maggio dichiara al Financial times di voler vendere l’acciaieria italiana.

    Arvedi, che solo sei mei fa ha acquisito Ast di Terni da Thyssenkrupp, divenendo il primo gruppo siderurgico d’Italia, è pronto.

    Ma serve sapere dalla politica cosa intende fare con Piombino e con la siderurgia italiana.


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