Rimini. Petitti: “Siamo tutti sostenitori di San Patrignano”

Sono riuscita a completare la visione delle 5 puntate della serie di Netflix dedicata a San Patrignano e al suo fondatore Vincenzo Muccioli.
Il docufilm è fatto molto bene e fornisce i diversi punti di vista che si ripresentano puntualmente ogni qualvolta si parla della lunga storia di San Patrignano.
Tengo a precisare da subito una cosa. Siamo tutti sostenitori di San Patrignano e del suo futuro e tendiamo oggi a fare prevalere gli aspetti positivi sugli aspetti più critici – che non vanno rimossi o nascosti perché sono anch’essi uno spaccato importante di quella storia – e oggetto di posizioni contrapposte in particolare legata ai metodi coercitivi che si utilizzavano nella prima fase di vita della comunità per evitare le fughe e la recidività rispetto alla dipendenza da sostanze stupefacenti.
Tra la fine degli anni ’70 e gli inizi degli anni ’80 le istituzioni erano impreparate ad affrontare il problema tossicodipendenza, che era esploso e pesava, in tutta la dua drammaticità, interamente sulle spalle delle famiglie che vivevano questi drammi. Il territorio riminese ha saputo divenire riferimento nazionale per una pluralità di esperienze ed in primis San Patrignano ma senza dimenticare esperienze anch’esse avanzate come la Cooperativa “Cento Fiori” di Vallecchio, la Comunità Papa Giovanni XXIII° e l’esperienza del Sert (servizio tossicodipendenze) di

Leonardo Montecchi

e Sergio Semprini Cesari.

Ritengo che il riconoscimento dato il 1° Dicembre 2010 dal Comune di Rimini alla Comunità di San Patrignano allora diretta ancora da Andrea Muccioli figlio del suo fondatore, al netto delle critiche, sia stata un modo per chiudere le polemiche senza cancellare i diversi punti di vista e le critiche che ancora dividono l’opinione pubblica.
Oggi San Patrignano rappresenta ancora una opportunità per molte famiglie ed in particolare per molti ragazzi che compiono un percorso su loro stessi per tornare a riprendere nelle proprie mani la vita e tornare ad avere delle opportunità.
Le comunità terapeutiche non sono ne’ isole ne’ luoghi chiusi ma sono parte di una società che non deve rimuovere o negare il problema dipendenze ma lo deve affrontare sempre più con esperienza e competenze che agli inizi di questa storia, per certi versi pionieristica, non si possedevano.

Emma Petitti