Romanzo Quirinale. L’ipotesi outsider di lusso

Set 8, 2021

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    Il primo mese del semestre bianco se n’è già andato. E fra meno di quattro mesi il presidente della Camera, Roberto Fico, convocherà il Parlamento in seduta comune insieme ai 58 delegati regionali. Appuntamento che – recita l’articolo 85 della Costituzione – deve essere messo in agenda «trenta giorni prima» che scada il mandato del capo dello Stato in carica. Sergio Mattarella ha giurato il 3 febbraio 2015, questo significa che le danze per l’elezione del nuovo inquilino del Quirinale si apriranno prima dell’Epifania.

    In campo ci sono sostanzialmente tre scenari. I primi due – già raccontati – restano i più gettonati dai bookmakers. E prevedono che la partita del Colle possa vincerla uno dei due presidenti in carica: quello della Repubblica, Mattarella, con un bis; o quello del Consiglio, Mario Draghi, con un trasloco armi e bagagli da Palazzo Chigi al Quirinale. Due ipotesi su cui si stanno già spendendo società civile e partiti. Sul primo fronte si è iniziato a muovere qualcosa con l’appello a Mattarella arrivato da Roberto Benigni il giorno della cerimonia inaugurale della mostra del cinema di Venezia (sollecitazione cui ha fatto seguito il cantante Marco Mengoni). Sul secondo fronte, invece, ha iniziato a fare pressing soprattutto la politica, da Matteo Salvini a pezzi importanti del Pd (a partire da Goffredo Bettini). Come finirà davvero la corsa dei due presidenti lo sapremo solo fra qualche mese, alla vigilia dell’Epifania. Di certo, c’è che solo archiviate queste due possibilità si potrà aprire la riffa dei cosiddetti outsider di lusso. Una via che al momento sembra di risulta, ma che in verità – declinato secondo i possibili aspiranti al Colle – ha politicamente un suo perché.

    In questo terzo e ultimo scenario le possibilità sono ovviamente varie, sia rispetto ai papabili che rispetto alle coalizioni che possono sostenerli. Con la premessa, d’obbligo, che in casi come questi il più delle volte gli aspiranti papi finiscono per uscire dal conclave che sono ancora cardinali. Fatto questo preambolo, se si arrivasse ad archiviare il tandem Mattarella-Draghi, è probabile che il primo giro tocchi al centrodestra. Che su 1.008 grandi elettori (630 deputati, 320 senatori compresi quelli a vita e 58 delegati regionali) conta – compresi i satelliti e i voti del gruppo misto – 449 preferenze. Fino a 494 con Italia viva. A un passo, insomma, dai 505 voti necessari a raggiungere la maggioranza assoluta richiesta dalla quarta votazione in poi (per le prime tre serve il quorum dei due terzi, dunque 672 preferenze su 1.008 grandi elettori).

    È in questo scenario che potrebbe entrare in campo il nome di Silvio Berlusconi, su cui pubblicamente i leader del centrodestra si sono più volti esposti. Matteo Salvini ha detto in diverse occasioni che «sarebbe un ottimo presidente della Repubblica», Antonio Tajani ha sottolineato come abbia «tutte le carte in regola» per ricoprire la carica di capo dello Stato, e pure Giorgia Meloni ha fatto sapere che lo voterebbe e che non si metterebbe mai contro una sua candidatura al Colle. Al netto della decina di voti che mancano sulla carta e del gioco dei veti incrociati e dei franchi tiratori, l’ipotesi Berlusconi ha dunque una sua percorribilità. Anche se pesa l’ostilità del M5s, perché la storia racconta che nessuno è stato mai eletto al Quirinale senza i voti del gruppo parlamentare più numeroso di Camera e Senato. Per quanto dilaniata e divisa fosse, nel 1992 persino la Dc – complice la strage di Capaci – riuscì a dire la sua con Oscar Luigi Scalfaro. Se poi la candidatura Berlusconi non dovesse andare in porto, fa notare un ministro di Forza Italia, in una situazione di impasse, potrebbe tentare il colpo Gianni Letta. O Marcello Pera, che ha però il limite non solo di rappresentare l’anima populista del centrodestra, ma anche di essere legato ormai da qualche tempo a doppio filo con Salvini. Circostanza che, evidentemente, non entusiasma Giorgia Meloni, che non ha alcun interesse a sostenere un candidato che si troverebbe ad avere un canale privilegiato con il leader della Lega e che all’esterno sarebbe percepito solo come una sua vittoria.

    Sempre nell’ipotesi centrodestra più Italia viva, invece, si fanno i nomi di Pier Ferdinando Casini e Marta Cartabia. Secondo Gianfranco Rotondi sono «i due candidati di Matteo Renzi al Quirinale». Il primo più in corsa della seconda. L’ex presidente della Camera, eletto senatore come indipendente del Pd, si sta giocando la partita. E a chi gli chiede lumi in proposito risponde con un sorriso: «È difficile, ma non si può mai dire…». È evidente, infatti, che Casini ha le carte in regola per provare ad allargare lo schieramento del centrodestra e pescare voti sull’altro fronte. L’attuale Guardasigilli, invece, sembra aver perso qualche posizione. Soprattutto dopo il pasticcio sulla riforma della Giustizia. Sia Draghi che Mattarella, infatti, non hanno ben compreso perché sul tema ci sia stata l’improvvisa alzata di scudi dei magistrati, evidentemente non adeguatamente coinvolti. Questo, molto più dell’ostruzionismo di Giuseppe Conte, ha messo fortemente in allarme Palazzo Chigi. Tanto che la questione è stata oggetto di un’accesa discussione, con il premier che ha passato il dossier al sottosegretario alla presidenza del Consiglio Roberto Garofoli (magistrato in aspettativa) e la Cartabia – cui è stata contestata una certa inesperienza con il contraddittorio politico – che è stata a un passo dalle lacrime (questo raccontano i presenti alla riunione).

    Dal fronte centrosinistra, invece, l’outsider che sembra avere più le carte in regola è Paolo Gentiloni. Già premier e ministro degli Esteri, ora commissario Ue agli Affari economici, ha il curriculum giusto per la sfida quirinalizia. Scenario rafforzato dai suoi buoni rapporti con Mattarella e Draghi che – se non dovessero giocarsi la partita – certamente avrebbero un peso politico non indifferente nella soluzione del rebus. Con il premier, per dire, si è creata una certa consuetudine quando Gentiloni era a Palazzo Chigi e Draghi alla Bce, con tanto di cene quasi settimanali in compagnia delle rispettive consorti. Avrebbe probabilmente l’ostilità di Renzi, ma fallito il tentativo sul candidato di centrodestra Gentiloni potrebbe riuscire a portare a casa anche una parte di voti di quello schieramento.

    Continuando a sfogliare la margherita dei papabili per il Colle, si arriva ovviamente ad altri nomi. Sempre meno probabili, a dire il vero. Sul fronte centrodestra c’è chi butta lì la presidente del Senato Elisabetta Casellati, su quello del centrosinistra rilanciano con il ministro della Cultura Dario Franceschini. Qualcuno vagheggia Romano Prodi, colpito e affondato dai 101 nell’aprile del 2013. L’ex premier ha certamente l’atout di essere il perfetto punto di caduta di un eventuale asse tra M5s e Pd. Ma pesa l’età, oltre al fatto di essere un nome molto divisivo e che difficilmente troverà sponda nel centrodestra. Qualcuno, poi, butta nella mischia Giuliano Amato, che ha un curriculum per certi versi simile a quello che portò al Colle Mattarella sette anni fa, visto che è vicepresidente della Corte Costituzionale. Nel caso di uno stallo prolungato, insomma, potrebbe essere il nome che riesce a mettere d’accordo la maggioranza del Parlamento.

    Il tutto senza dimenticare che quando vengono a cadere le candidature pesanti, spesso e volentieri si finisce con il convergere su outsider sì, ma niente affatto di lusso. A volte entrati solo di straforo nei pronostici iniziali.

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