• Salta l’accordo sul tetto al petrolio russo: l’Ue si spacca di nuovo

    Condividi l'articolo

    Non c’è accordo in sede europea per l’applicazione nel mercato interno del tetto al prezzo del petrolio russo acquistato dai Ventisette deliberato a giugno dal G7 su iniziativa di Joe Biden e Mario Draghi. Gli ambasciatori dei Paesi membri dell’Unione Europea si sono riuniti a Bruxelles alla vigilia del Consiglio Energia senza però trovare un accordo per contenere il costo di importazione che l’Ue vuole imporre a Mosca. Raro caso di prezzo fatto dall’acquirente sulla cui fattibilità molti hanno espresso dubbi, anche se d’altro canto è emersa la necessità di depotenziare l’uso strategico dell’oro nero da parte di Mosca per finanziare la guerra in Ucraina.

    Il New York Times ricorda che “la Commissione Ue ha stato chiesto di fissare un prezzo tra 65 e 70 dollari al barile” come tetto al petrolio russo. Il benchmark per il prezzo del petrolio russo, l’Urals, “è stato scambiato tra 60 e 70 al barile nell’anno precedente alla pandemia. È salito fino a 100 dollari al barile poco dopo l’invasione russa dell’Ucraina a febbraio, ma negli ultimi tre mesi si è assestato tra 65 e 75 dollari al barile. Questa settimana, è stato scambiato all’estremità inferiore di tale intervallo” che, secondo i critici della proposta Ue, non verrebbe toccato dunque da un price cap imposto tra i 65 e i 70 dollari.

    Molte proposte eterogenee sono emerse nella riunione a Bruxelles: da un lato tra le colombe sono emerse le nazioni medie e piccole dell’Europa mediterranea, Grecia, Malta e Cipro. Atene, La Valletta e Nicosia temono le conseguenze che l’imposizione di un tetto di 65 dollari al barile potrebbe avere per i loro cargo che trasportano greggio e, nel caso di Cipro, si temono inoltre misure di rappresaglia nei confronti dell’economia nazionale storicamente legata a doppio filo, in campo finanziario con quella di Mosca.

    Dall’altro, come prevedibile tra i “falchi” sono emersi Polonia e Paesi baltici che chiedono una misura più dura e di maggior impatto sul Cremlino. Vicina ai falchi ma chiamata a un ruolo di mediazione è invece la Repubblica Ceca, che in qualità di presidenza di turno dell’Ue dovrà capire la fattibilità del tetto del G7 al prezzo del petrolio russo.

    L’Ue, lo ricordiamo, ha già deciso di bandire dal 5 dicembre gli acquisti di greggio russo concedendo una deroga alla sola Ungheria, che lo riceve via oleodotto. La misura è volta a depauperare le entrate di Mosca nel petrolio scambiato via cargo navali, alcuni dei quali battono bandiera greca, maltese o cipriota. L’embargo dell’Unione Europea sul petrolio russo includerebbe in caso di applicazione della misura nel suo perimetro pure il divieto di utilizzare servizi europei per spedire, finanziare o assicurare le spedizioni di petrolio russo verso destinazioni esterne qualora i prezzi superassero quelli del tetto. Sotto il limite di prezzo, questi fornitori di servizi di spedizione europei, in larga parte di Grecia, Cipro e Malta, sarebbero invece autorizzati a trasportare greggio russo al di fuori del mercato interno se il prezzo concordato come tetto non fosse sforato. Da qui la richiesta delle tre nazioni mediterranee di un tetto meno severo.

    Francia, Germania e Italia, in qualità di membri del G7 e dell’Ue, hanno sostenuto la fascia di prezzo presentata e i meccanismi di applicazione più morbidi delle misure, temendo una crisi dell’offerta di greggio. E dato che la Russia ha detto che non rispetterà un limite formale dei prezzi fissarlo intorno all’attuale prezzo di mercato permetterebbe di salvare la faccia all’Ue di fronte al G7 senza produrre uno choc nelle forniture su scala internazionale. Destinato a ripercuotersi indirettamente sull’Ue per le reazioni a catena che ne seguirebbero. Fatto sta che l’accordo non c’è. E dopo che sul gas la montagna ha partorito il topolino, sul petrolio si rischia un nuovo buco nell’acqua.


    Fonte originale: Leggi ora la fonte