Salvini alza il tiro per smarcarsi dal calo alle urne. “Ma siamo leali”

Ott 6, 2021

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    Visti i risultati, non è tempo per Salvini di pensare al voto anticipato (provocazione della Meloni al Pd), ma di far pesare il ruolo della Lega all’interno del governo Draghi, verso cui il leader leghista assicura lealtà («Leali sì, tassatori no»). Subito al voto? «Io intanto mi occupo di oggi e di evitare l’aumento dell’Imu, Iva o addizionali». Dal voto di domenica Salvini vuole «imparare, migliorare», la tornata amministrativa è stata un campanello d’allarme, la marcia trionfale (quella dal 4 al 34% delle Europee) è una fase passata, l’obiettivo ora è recuperare i voti perduti e quelli finiti nell’astensione. Il primo gesto in questa direzione è alzare il tiro sul tema tasse (molto sentito dall’elettorato moderato, a differenza dei distinguo sul green pass), ergendosi a difensore della casa dal possibile aumento di imposte contenuto nella delega fiscale. Salvini contesta il metodo: «I ministri della Lega non possono avere un documento così importante alle 13.30 per discuterlo alle 14, non stiamo parlando dell’oroscopo». E il contenuto: «Non c’è un intervento di taglio di tasse che ci poteva essere e c’è un ipotetico aumento che non ci doveva essere» e che la Lega «non avalla», ma anche altri ministri non leghisti sarebbero d’accordo, riferisce Salvini citando colloqui «nei corridoi». Ma è lui a intestarsi la battaglia: «La Lega è contro l’aumento delle tasse. Noi abbiamo dato la fiducia al governo Draghi per non aumentare le tasse. Se qualcuno ha cambiato idea e pensa di aumentare le tasse lo spieghi agli italiani». Però non è uno «strappo» o una crisi di governo, «è il governo che deve chiarire che non è il momento di aumentare le tasse».

    É chiaro che l’accelerazione improvvisa di Salvini è legata all’esito elettorale deludente. Anche se la somma numerica è positiva («Abbiamo 69 sindaci in più. Qualcuno avvisi Letta che di sconfitte con 69 sindaci in più ne vorrei avere settimanali»), quella politica lo è molto meno. I flop nella grandi città, soprattutto Milano e Bologna, e il calo di consensi della Lega, pesano eccome. Perciò insieme ad un rilancio come forza critica di governo, il leader pensa anche al fronte interno alla Lega, e annuncia i famosi congressi, tra novembre e dicembre, «torneremo ad essere quel movimento di partecipazione e militanza, l’unico probabilmente rimasto in Italia». I colonnelli continuano a smentire le ricostruzioni sui contrasti nella Lega. «Non sto cospirando con Giorgetti per sostituire Fedriga con Salvini – dice Luca Zaia -. Di boiate in questi anni ne ho lette tante… Non ci sono due Leghe. Poi, le visioni del segretario e degli amministratori sono ovviamente diverse. Anche Bossi parlava di una Lega di lotta e una di governo».

    Quanto all’analisi del voto, il tonfo che pesa di più è Milano, dove la Lega scende sotto l’11%, poi l’Emilia-Romagna che sembrava il nuovo eldorado leghista, invece la sinistra vince a Bologna, Rimini e Ravenna contro candidati scelti proprio dalla Lega. Deludente anche il Piemonte (con eccezione di Novara) e la prova al sud, anche in Calabria cala di circa 4 punti rispetto alle regionali del 2020. Segno che lo sbarco della Lega al Centrosud è un’operazione che richiede ancora tempo.

    Dove invece la Lega è inaffondabile è il Veneto di Zaia, lì vince e stravince, conquistando nuovi comuni (Montebelluna, Chioggia, Villorba) e riconfermandosi con percentuali bulgare in altri (Cittadella, Oderzo). Dentro la Lega esce rafforzato Zaia, ma non è una novità. «In Veneto non è andata bene ma benissimo, ma mai adagiarsi sugli allori» gongola il Doge leghista.


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