• Salvini sigla sul prato il patto dei sei punti. “Evasori in galera e via il canone Rai”

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    Il prato è stracolmo di militanti. Il temuto flop non c’è stato. Anzi. E Salvini dal palco accarezza il suo popolo: «Chi è favorevole all’abolizione del canone Rai?». La risposta è tutto uno sventolare di bandiere e vessilli. Per l’occasione si rivede pure il profilo antico di Alberto da Giussano. «Il consiglio dei ministri di Pontida – sorride il leader – approva». Via il canone Rai, via quei 90 euro che pesano sulla bolletta della luce già stracarica. «Siete decine di migliaia – s’inorgoglisce il capo del Carroccio davanti a quel colpo d’occhio spettacolare. Quanti saranno? C’è chi dice quarantamila e chi spara addirittura un fantomatico centomila. Non importa. Per una mattina, una mattina almeno, sembra di essere tornati alla Lega dei tempi d’oro, pre Papeete.

    In ogni caso, a una settimana dalle elezioni, il malcontento, se c’è, finisce sotto le zolle del prato. Tutti a lodare Salvini, tutti a spellarsi le mani, tutti insieme, l’ala ortodossa e quella più draghiana, col pennarello in mano. Giorgetti e Zaia, Fontana e Fedriga, tutti i big mettono la loro firma su un poster con i 6 punti del contratto di governo voluto da Salvini: stop al caro bollette, abolizione della Fornero con l’avvio di quota 41, flat tax, giustizia giusta, lotta agli sbarchi illegali e ripristino dei Decreti sicurezza, autonomia.

    «Attenzione – ammonisce Zaia mentre un manipolo di giovanissimi srotola un gigantesco drappo del Leone di San Marco – sull’autonomia può anche cadere un governo».

    Salvini invece va dritto al punto: «Sarei onorato di essere nominato premier». Chissà, la Meloni è strafavorita, ma manca ancora una settimana. E però si può dare qualche indicazione: «Noi oggi abbiamo un ministro degli Esteri che svolazza da una pizzeria all’altra con tutte le guerre in corso. Dobbiamo cambiare sistema. A fare il ministro degli Esteri andrà un ambasciatore, alla giustizia ci sarà un avvocato e alla salute un medico».

    Fine dell’epoca dell’uno vale uno che ha fatto tanti danni. Salvini contempla ancora il prato che gronda storia ed è, se possibile, ancora più gonfio di umanità: «Dai Enrico, se vieni qua c’è un panino alla salamella pure per te». Poi attacca la sinistra: «Sono fissati con la geografia: l’Ungheria, la Cina, la Russia, la Polonia. Hanno passato gli ultimi quindici giorni a parlare di questa storia dei soldi, e invece non c’era niente».

    Ma non è tempo di celebrazioni, semmai di ringraziamenti. «Chi è senza memoria non ha futuro. Grazie a Umberto Bossi che oggi non è qui perché è con la sua famiglia a festeggiare gli ottanta anni che compirà domani. Se siamo qui, siamo qui grazie a lui».

    Chissà, forse Salvini regalerà al Senatur il video che lui stesso ha girato mettendosi alle spalle di Zaia, mentre il governatore del Veneto arringava la folla. Bossi ha aperto una strada che è ancora lunga, ma l’importante è crederci: «Col l’autonomia cadranno le maschere dei De Luca e degli Emiliano».

    Insomma, la Lega è pronta a governare l’Italia: «Introdurremo la flat tax: il 15 per cento sui guadagni fino a 70 mila euro. Pagare meno per pagare tutti. E chi evade va in galera».

    La Meloni la pensa diversamente ma non importa: «Io, Silvio e Giorgia siamo d’accordo su quasi tutto». Dove il quasi serve per ammortizzare le differenze.

    La Lega sotto attacco si mette in vetrina: mostra il suo cuore e la sua capacità di incidere, al di là degli stereotipi: «Noi non siamo come quelle femministe da salotto che chiacchierano e basta. Noi, grazie all’avvocato Giulia Bongiorno che non è qui perché ha il Covid ma ci segue da casa, abbiamo introdotto il codice rosso. Noi siamo dalla parte dei disabili. E Salvini, fuoriprogramma, chiama sul palco il presidente dell’Unione italiana ciechi Mario Barbuto, candidato a Palermo, e il numero uno dell’Ente nazionale sordi Paolo Brivio, il cui discorso viene tradotto da un interprete.

    Infine, l’aborto, tema su cui si sono innescate polemiche per le prese di posizione, poi corrette e precisate, di Giorgia Meloni. Salvini sta attento a rimanere al di qua della linea: «Dobbiamo sempre offrire alle donne un’alternativa, ma l’ultima parola spetta alle donne».

    Almeno su questo versante il governo che scalda i motori non dovrebbe strappare rispetto ai precedenti.


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