Sandro Marenco, Dillo al Prof

Set 15, 2021

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     – SANDRO MARENCO, DILLO AL PROF (Salani, pp.240, 14.90). “Auguro a tutti i ragazzi che questo anno appena cominciato sia quello della svolta, in cui possano creare una scuola in cui loro sono al centro. Una scuola al passo con i tempi, fatta di esperienze e non solo di nozioni”: è questa la speranza del professore più amato d’Italia, Sandro Marenco, autore per Salani di “Dillo al prof”, libro in cui, mettendo a nudo prima di tutto se stesso, racconta la sua incredibile esperienza “social” vissuta nei mesi del covid per intercettare i ragazzi durante la dad. Entrando da neofita su TikTok, video dopo video, Marenco ha infatti costruito una classe di oltre 300 mila ragazzi, conquistando la fiducia degli adolescenti che in lui, in un periodo di estrema incertezza e assenza di riferimenti, hanno trovato un amico con cui confrontarsi. “Se dovessi fare l’appello ci metterei dei giorni”, scherza il prof-scrittore (anche speaker radiofonico e content creator) intervistato dall’ANSA, “nonostante i numeri, io non un hater né un commento brutto: la mia è una classe di persone stupende. Questi ragazzi sono più chiusi di quelli della mia generazione, ma se poi li scopri ti rendi conto di quanto sono avanti”. Nel libro Marenco racconta di come ha lasciato la sua vita precedente (lavorava in una multinazionale dell’elettronica nel ruolo di marketing manager) per dedicarsi all’insegnamento: oggi, dopo oltre 10 anni dietro la cattedra a insegnare inglese (“sono ancora orgogliosamente precario”, dice), non si pente di una scelta che lo ha portato a scoprire di più gli adolescenti e soprattutto a farsi scoprire da loro.
        “Non ho mai voluto pormi come un insegnante bacchettone che lavora sul terrore e la paura: io voglio lasciare un segno di positività e onestà intellettuale, mi faccio vedere per ciò che sono, mi pongo con sincerità e garbo, e questo mi ha portato il rispetto dei ragazzi, anche da parte di chi non la pensa come me”, spiega. Svogliati, sempre sui social, superficiali: così spesso gli adulti descrivono gli studenti. “Chi ne parla così non li conosce. E’ vero, stanno tanto online, ma è normale, sono nativi digitali. Ognuno ha i propri mezzi per stare con gli amici, io ero sempre in sala giochi per esempio”, racconta, “di valori ne hanno forse qualcuno più di noi. Il razzismo e l’omofobia li vivono ma non partono certo da loro, non ridono più se si dice gay, è cambiato l’approccio. E non sono fannulloni, durante la dad hanno dimostrato di essere i più grandi lavoratori. A loro la pandemia ha tolto tutto, avevano solo il pc e il loro modo di stare al mondo, hanno fatto tutto quello che abbiamo chiesto e per questo meritano il nostro applauso”. In questa community digitale, lei spesso ha raccolto confidenze anche delicate. “Sento una grande responsabilità, per questo quando creo un video c’è sempre un messaggio. Se il social è usato in modo intelligente allora diventa uno strumento di comunicazione che non ha pari. Mi sono inserito nel contesto di TikTok in un momento in cui c’erano solo balletti e trend da seguire, io ho portato temi complessi ma senza dare giudizi”, dice, “quando mi sono arrivati messaggi più seri, che potevano leggere comunque tutti, allora ho deciso di aprire una mail per preservare quelle confidenze”. Lei per molti adolescenti è stato la persona giusta al momento giusto. “Sì, ma io lo facevo anche prima, a scuola, quando eravamo in presenza. Se insegni non puoi fare a meno di questa responsabilità, noi siamo educatori e punti di riferimento”, afferma. Come fa a intercettare con tanta facilità i ragazzi? “Con la sincerità e senza esprimere giudizi, ma soprattutto facendo vedere le mie fragilità”, racconta, “mostrare solo momenti belli di certo non aiuta gli adolescenti: io ho rivelato che per primo ho sofferto e soffro di depressione e che a volte mi devo curare. Per loro è stata una svolta, perché si sono sentiti liberi di raccontarsi con le loro debolezze. Io sono un fan delle fragilità”. La scuola è sempre terreno di scontro della politica: come potrebbe essere migliorata? “La scuola è come la sanità, riguarda tutti, ma finché non mettiamo al centro i ragazzi che devono essere il nostro primo obiettivo non ne usciamo vivi”, dice, “vorrei che finisse la competitività e l’eccessiva importanza data al voto, che non definisce la persona ma solo una performance. Bisogna cambiare metodo di insegnamento, cercando altri percorsi: io ho sempre finito il programma ministeriale, ma ho tentato anche di far divertire i miei allievi”. Cosa vorrebbe dire ai suoi colleghi? “Ai miei colleghi faccio i complimenti, ne siamo usciti tutti a testa alta, facendo il massimo durante la pandemia”, afferma, “ora proviamo a cambiare la scuola insieme ai ragazzi, senza divisioni”. (ANSA).
       


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