Santoro chiama Conte. Il partito anti-Nato pronto per le elezioni. L’America e Draghi i nemici ideologici

Lug 31, 2022

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Conte più Santoro, ecco il polo che mancava. È la novità del giorno e va a occupare lo spazio elettorale che per brevità si può definire non atlantico, in controtendenza rispetto alle scelte politiche di Draghi, poco sensibile ai valori occidentali e pronto a sventolare la bandiera della pace per dare voce alle ragioni di Putin e magari più in là mostrarsi sensibile alle rivendicazioni di Pechino su Taiwan. Sono quelli che considerano la Nato un’alleanza che semina discordia e rende più incerto l’equilibrio del mondo. Il punto di partenza ideologico è la netta avversione al capitalismo. L’alternativa, anche in questo caso, resta nebulosa. L’obiettivo è calamitare il voto di protesta, di rabbia, rancore, insofferenza, delusione, paura che la sinistra, e la destra, non possono e non riescono a intercettare. È dare alle piazze più scontente un manifesto elettorale, evocando il più possibile lo spettro dell’autunno caldo. La crisi economica e sociale è il loro alleato più forte. Il loro punto debole è la credibilità, la tecnica narrativa mischia l’immaginario da «grande fratello» con l’oratoria di Santoro e di un Di Battista. È una sfida senza dubbio difficile ma ha più senso del «campo largo» sognato fino a poco tempo fa del Pd. L’offerta politica perlomeno è più chiara.

Michele Santoro lo chiama «il partito che non c’è». Fa sapere che è pronto a allearsi con Conte, lo vede come l’uomo che ha avuto il coraggio di scrivere la parola fine al governo Draghi. Spera che Enrico Letta ci ripensi e apra ai Cinque stelle, ma se non lo fa si prepara a radunare tutti quelli che si sentono ancora di sinistra. Si partirebbe da chi ha partecipato alla serata «Pace proibita» al teatro Ghione. I nomi li fa Guido Ruotolo. «Abbiamo raccolto attorno a questa iniziativa gli amici storici di Santoro: Sabrina Guzzanti, Fiorella Mannoia, o amici ritrovati come Paolo Cento e Daniele Ognibene, ma anche pilastri del mondo cattolico come il direttore dell’Avvenire Marco Tarquinio. Per noi è stata una scommessa ma abbiamo rotto un tabù»

Sostiene Santoro. «Il Partito democratico è scoperto a sinistra. Di Calenda ne ha già tanti al suo interno. Il Pd è un partito moderato specializzato nella gestione del potere e partner ideale dei tecnici. Oltre al fatto che è diventato il più atlantista di tutti. Se Letta insiste nell’ammucchiata di centrodestra dentro la sinistra, resta lo spazio per un campo alternativo. Se in questo campo ci fosse spazio per una lista per la pace, perché no?».

Perché no? Lo pensa pure Conte. Non è il «centro» la sua terra promessa, ma una sinistra che rimpiange gli anni Settanta. Ribadisce che il suo è un «campo aperto». È un cantiere che sta cercando con difficoltà di liberarsi dell’ombra di Beppe Grillo. «Non saremo soli, ma ci apriremo a tutte le componenti sane della società civile, alle categorie professionali e produttive, e ai tanti lavoratori che non si sentono rappresentati da questa politica che si nasconde dietro una presunta agenda Draghi». E Di Battista? «Se vuole tornare nel movimento lo ritroverà cambiato, chiunque voglia contribuire deve prima condividere la carta dei valori». La prima regola è che la leadership non si discute. Se Di Battista vuole riavvicinarsi ai Cinque stelle dovrà accettare che il capo si chiama Giuseppe Conte. Non c’è spazio per le correnti e non c’è alcuna voglia di ricominciare una guerra su chi comanda. Di Battista può essere un utile incursore per quella parte di grillini che si è sempre sentita barricadera e che fatica a specchiarsi nei vestiti da leguleio dell’ex presidente del consiglio. Di Battista serve a allargare l’offerta politica. Il nocciolo duro ideologico è chiaro, come lo è il nemico numero uno, vale a dire Mario Draghi. Si farà campagna elettorale contro un personaggio che non c’è.

«Si è proposto – dice Conte – Luigi de Magistris, per lavorare insieme al terzo polo che può arrivare al 15-20 per cento con un programma radicale e sociale che parta dal no all’invio di armi, dal salario minimo, dalle misure per le piccole e medie imprese, dal reddito di cittadinanza».

La risposta ufficiale di Conte non è ancora arrivata, ma i suoi già aprono le porte. Il più lesto è Gabriele Lorenzoni. Lo stesso che chiedeva di «sentire l’altra campana» sul bombardamento dell’ospedale di Mariupol. «È un ottimo interlocutore per noi. Santoro parla di pace». Lorenzoni ricorda che l’obiettivo adesso è cancellare l’esperienza del governo Draghi.

Non è mai stato uno di loro.


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