• Scomode eredità

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    Ieri Giorgia Meloni, in un colloquio con Repubblica, ha detto, con molto garbo, che molti degli impegni necessari per ottenere i famosi fondi del Pnrr non sono stati mantenuti. «Su 55 obiettivi da rispettare entro la fine dell’anno, a noi ne sono stati lasciati 30» ha detto il premier. A volere essere più maliziosi si potrebbero aggiungere altre deficienze del passato governo. È del tutto evidente che la strada del tetto al prezzo del gas non ha portato a nulla: nonostante mille dichiarazioni applaudite di accordi raggiunti. Il bonus 110 per cento è stato ritoccato dal governo Draghi con un’erraticità normativa da brividi. Abbiamo dovuto aspettare un governo di centrodestra per sbloccare le trivelle. Come è normale un esecutivo nazionale può poco nel mitigare il virus inflattivo: ma la bomba dei prezzi su del 10 per cento scoppia in faccia a questo governo.

    L’immigrazione è arrivata a superare la soglia di 90mila ingressi nel silenzio più assordante. E il reddito di cittadinanza era stato preservato. Potremmo continuare la lista a lungo. Ciò non vuol dire che il governo Draghi sia stato pessimo. Gli uomini di Stato si giudicano anche per come sanno uscire di scena: e Mario Draghi è stato un signore. Ha dovuto governare con una compagine governativa che più eterogenea era difficile solo immaginare. E per di più con un’agenda che, al contrario di quanto fantasticavano i suoi non richiesti ultras, aveva solo poche pagine da poter essere riempite.
    Torniamo alla Meloni. Il premier eredita un Paese non governato da una vera maggioranza politica da più di dieci anni: e questa è un’eredità pesantissima. Ha cinque anni per far capire che la politica può incidere nel tessuto economico e sociale di un Paese; ha cinque anni per poter dividere, sì dividere, l’opinione pubblica tra chi apprezza le sue iniziative e chi le contesta. È il sale di un governo: prendere scelte e assumersene le responsabilità.

    Ma il governo Meloni deve fare i conti con un’altra eredità, il suo passato. Non certo quello culturale come una certa sinistra gli imputa: quelle sono sciocchezze. Ma con il suo passato di promesse, che sono semplici da fare per tutte le opposizioni e difficilissime da mantenere per chi si trova nella stanza dei bottoni. E questo è inevitabile. C’è però anche una nuova aria di intervento di Stato nelle imprese che non ha un tratto molto liberale. Dall’Ilva, pasticcio combinato dai magistrati, alla Lukoil, vittima collaterale delle sanzioni, passando per Tim e Ita, c’è come una voglia di interventismo (che è sempre condito da ottime ragioni) che in questo Paese procura solo danni.

    Nessuno immagina che sia stato consegnato un Paese ben governato alla Meloni. Non per questo sono auspicabili scorciatoie stataliste che nel breve periodo possono sembrare risolutive, ma che nel lungo pagheremo a caro prezzo.


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