Scoperta al museo etrusco, un elmo per due guerrieri

Dic 28, 2021

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     (ANSA) – ROMA, 28 DIC -Forgiato nel bronzo a Perugia, poco prima della metà del IV secolo a.C. per un soldato locale, forse un mercenario. Per poi arrivare chissà come a Vulci, dove qualche anno più tardi divenne il vanto di un secondo guerriero, così orgoglioso di quel suo copricapo militare da portarselo nella tomba insieme a tutto il suo ricco corredo. A novant’anni dal ritrovamento, un’iscrizione appena interpretata apre uno squarcio di grande suggestione su un frammento di vita di 2400 anni fa. “Una storia rimasta nascosta sotto gli occhi di tutti” spiega all’ANSA l’etruscologo Valentino Nizzo, direttore del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia. Perché il magico e anche il paradosso di questa scoperta, racconta, è che sia avvenuta proprio all’interno del museo, dove l’elmo in questione era esposto in vetrina già dal 1935. Solo che nessuno aveva notato quanto era stato inciso al suo interno, un particolare che peraltro rende questo reperto estremamente importante e raro, visto che in tutto il mondo – se si eccettua un deposito rituale di 150 elmi rinvenuto a Vetulonia all’inizio del ‘900 con almeno 60 esemplari tutti contraddistinti dal medesimo nome gentilizio – sono circa una decina le armi di questo tipo documentate in ambito etrusco e italico tra il VI e il III secolo a.C. Tutto è cominciato nel 2019, racconta Nizzo, con una richiesta di studio per la digitalizzazione 3d di armi antiche condotta da una équipe neozelandese. Il dipendente incaricato di prelevare l’elmo nota qualcosa e allerta il direttore. Scattano i controlli, si cerca negli archivi per vedere se quell’iscrizione era stata studiata e interpretata, ma niente, dopo qualche giorno appare chiaro che quelle sette lettere che l’incisore aveva vergato a freddo da sinistra a destra componendo la parola “harn ste” all’interno del paranuca non erano mai state studiate. Il motivo rimane un mistero anche perché gli scavi, avviati nel 1928 da Ugo Ferraguti e Raniero Mengarelli, erano stati condotti con estrema cura usando un metodo scientifico dopo anni di saccheggi indiscriminati: “chissà, forse l’iscrizione non si vedeva -ragiona Nizzo- quando l’elmo è stato recuperato dalla tomba 55 nella necropoli dell’Osteria di Vulci il bronzo doveva essere incrostato di terra e ossidato”. Anche il restauratore che all’epoca lo ha ripulito e integrato non sembra essersi accorto di nulla. La morte dei due scopritori potrebbe aver fatto il resto lasciando un enigma ancora tutto da decifrare. E’ così che non appena terminato lo studio per il quale era stato spostato dalla sua vetrina, il copricapo è stato sottoposto a una nuova pulizia condotta dalla restauratrice del museo, Miriam Lamonaca, e il direttore si è messo al lavoro per interpretarne il significato. L’ipotesi, oggetto di un articolo scientifico per Sicilia Antiqua che Nizzo ha dedicato al maestro Mario Torelli recentemente scomparso, è che si tratti di un gentilizio derivato da un toponimo, ovvero un nome che indica la città di provenienza della persona, e che il luogo in questione fosse l’antica Aharnam ovvero l’attuale Civitella d’Arna, una località a pochi chilometri da Perugia, citata anche da Tito Livio come sede dell’accampamento del pretore Appio, poco prima della battaglia di Sentino (295 a.C) durante la terza guerra sannitica. Tant’è, l’elmo del museo di Villa Giulia appartiene ad un’ epoca di poco precedente, le guerre sannitiche non erano ancora cominciate, ma da nord a sud la conflittualità nella penisola era altissima. Finito il momento dei piccoli eserciti armati da singole famiglie si apriva l’epoca dei mercenari, soldati di mestiere disposti anche a spostarsi ‘per lavoro’. Da qui il nome inciso sotto l’imbottitura dell’elmo, spiega il direttore, per attestarne la proprietà e chissà forse anche come sbrigativo biglietto da visita per presentarsi a qualcuno con il quale non si condivideva appieno la lingua. Il proprietario potrebbe quindi essere stato un soldato mercenario che da Civitella d’Arna si era spostato a Vulci per necessità legate al suo mestiere di guerriero integrandosi quindi nella nuova comunità. Ma è anche possibile e forse addirittura più probabile, che i proprietari di questo copricapo siano stati in realtà due. E che l’elmo sia passato di mano, magari dopo la sconfitta in battaglia del primo soldato, per entrare in possesso di un secondo militare, un cittadino di Vulci che non aveva ritenuto necessario cancellare l’intestazione interna o semplicemente non l’aveva vista, perché coperta dall’ imbottitura in tessuto. Un pizzico di mistero insomma alla fine rimane. Nizzo accarezza l’elmo e sorride: “Anche se non è possibile stabilire se Harnste fosse il suo gentilizio o quello di un rivale ucciso in battaglia, il pubblico che da oggi in poi verrà ad ammirarlo avrà qualche elemento in più per immaginarne la storia”.


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