Se “ciociaro” ormai è il contrario di “grillino”

Ago 6, 2021

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    Esistono le sindromi e le fissazioni. Quella sul “ciociaro” di sindrome è ormai un canovaccio per grillismo ed affini. Un vero e proprio chiodo fisso.

    Prima Beppe Grillo, con un brioso video sul “virus” consensuale che sarebbe potuto scaturire da Frosinone e con un successivo rincaro, oggi Antonio Padellaro con l’articolo richiamato in prima su Il Fatto Quotidiano. Un pezzo tramite cui, in relazione all’hackeraggio subito dalla Regione Lazio, ci si domanda se siano “russi” o “ciociari”. Il riferimento, immaginiamo, è agli autori dell’attacco informatico. Premesso che, su quanto accaduto nel Lazio, con la dimostrata vulnerabilità dei sistemi, di cose da dire ce ne sarebbero, stupisce la costanza con cui la sinistra, pentastellata o no, scelga lo scherno per Frosinone e provincia.

    Siamo nel 2013. Si avvicinano le elezioni amministrative. Alcune cittadine della Ciociaria stanno per recarsi alle urne. Il fondatore del MoVimento 5 Stelle, come riporta Il Corriere della Sera, se ne esce così: “Gli esperimenti potete farli lì (in provincia di Frosinone, ndr): la differenziata e i pannelli solari. Potete cambiare veramente un senso di civiltà”. Perché il “senso di civiltà” ciociaro – questo è il sottotesto di Grillo – è poco sviluppato. E la differenziata ed i pannelli solari avrebbero costituito importazioni miracolose. E ancora:Se comincia da lì in provincia di Frosinone, capite che il Movimento si allarga anche in Mongolia. Vi abbraccio e spero di venirvi a trovare fisicamente. Adesso sono nel ciberspazio”. Risate riservate agli astanti del ristorante da cui Grillo parla, mentre a Frosinone monta la polemica.

    All’epoca il MoVimento 5 Stelle era una formazione con velleità maggioritarie. Grillo sosteneva che se i suoi fossero riusciti a sfondare nelle terre della democristianità, dunque alla politica stantia, allora i pentastellati sarebbero divenuti inarrestabili. Il grillismo come paradosso del ciociaro o la Ciociaria come prova del nove del pentastellismo. Dato che essere grillino non poteva che significare distanza da certe prassi e certa antropologia.

    Maggio 2018. Dal video su Frosinone e dalle piccate reazioni è passato qualche anno, ma al comico non basta. Come riportato da Ciociaria Oggi, Beppe Grillo si esibisce nel capoluogo, dove elargisce argomentazioni simili a quelle del filmato che tanto aveva fatto discutere: “Se il Movimento si radica a Frosinone, allora può espandersi fino in Mongolia. Più o meno il concetto di cinque anni fa che aveva scaturito polemiche”, si legge sul quotidiano. Niente da fare: quella su Frosinone sembra un’ossessione. Il sindaco leghista Nicola Ottaviani, con pronunciato orgoglio, interviene.

    Oggi il MoVimento è una creatura divisa e ridimensionata, peraltro divenuta filo-governativa, oltre che alleata del Partito Democratico. Il cambiamento sbandierato non c’è stato. Luigi Di Maio, il leader rivoluzionario, viene ormai definito “doroteo”. Per l’espressione della presidenza del Consiglio, i grillini hanno scelto un accademico fiorentino dalle mille giravolte e dai confini ideologici liquidi. Certi Robespierre assomigliano di più allo stigmatizzato andreottismo che al duropurismo delle origini.

    Ma comunque a Frosinone e provincia, forse anche grazie alla lungimiranza popolare, il MoVimento non ha mai sfondato, neppure nel periodo clou. Tra le varie sintomatologie di quella che, a questo punto, definiamo volentieri “sindrome ciociara”, c’è il respingimento dell’avanzata grillina. Giusto per citare un caso: in quella provincia non è mai stato eletto un primo cittadino grillino. Forse la Ciociaria suscita scherno perché immune al giustizialismo (unica vera costante dell’esperienza grillina), al variopinto tatticismo del professor Giuseppe Conte, all’indefinito sistema valoriale propagandato, agli ideologismi ambientalisti e così via. E poi c’è l’articolo di oggi, comparso su un quotidiano che anti-grillino non è.

    Sul blog di Igor Traboni, dove si parla del pezzo di Padellaro, viene notata una “serie di offese a cui noi frusinati e ciociari siamo un po’ abituati (grosso modo dai tempi di Lando Buzzanca e Delia Scala a ‘Canzonissima’) anche se non ci abitueremo mai”. Siamo alla solita solfa. L’impiegato che potrebbe aver lasciato il Pc acceso (è una delle eventualità in campo per l’hackeraggio) potrebbe essere ciociaro. Il tutto diviene allora utile per una “perfetta commisstione tra horror, fantasy e commedia all’italiana“. Ma l’articolo pubblicato oggi non è il primo a chiamare in causa il “ciociaro”.

    Qualche settimana fa, l’editorialista di Repubblica Francesco Merlo aveva dato a Giuseppe Conte del “ciociaro” accostandolo all’imperatore Teodosio, come ha raccontato Frosinone Today. Pure in quel caso è intervenuto il sindaco Nicola Ottaviani. In realtà, quella che accosta Conte alla Ciociaria è un’impostazione che al “ciociaro” potrebbe non piacere. Dovrebbe essere preferibile la linea grillina che, rimarcando la presunta arretratezza, pone una demarcazione netta tra chi è ciociaro e chi è pentastellato. Grillo lo ha lasciato intendere in più circostanze. Altrimenti non avrebbe parlato della Ciociaria in quei termini.

    Se l’aggettivo “ciociaro” dovesse divenire un naturale contrario del termine “grillino”, non si offenderebbe nessuno o quasi da quelle parti. A certificarlo sono le statistiche sul consenso in Ciociaria: mai brillanti ed ormai in drastico calo. Anzi, l’utilizzo di “ciociaro” come contrario di “grillino” sarebbe da suggerire per gli specifici dizionari. Prima che il MoVimento 5 Stelle scompaia del tutto.


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