Se la Verona “nazi” diventa il feudo di scout e buonisti

Giu 15, 2022

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    Alla fine era tutta una bufala. Per quanti anni ci hanno raccontato Verona come una città ferma agli anni Venti? Troppi. Era la capitale mondiale del nazifascismo. Sembrava che all’ente del turismo, invece che dare le brochure del balcone di Romeo e Giulietta e dell’Arena, facessero corsi – goniometro alla mano – su come tendere in modo stentoreo e perfettamente angolato rispetto al busto, il maschio braccio destro. Ed era tutto un proliferare di pensosissimi articoli, accigliate riflessioni sociologiche, dibattiti preoccupatissimi e semi carbonari, come se le squadracce nere fossero pronte a sgomberare la sala, persino libri. Così, ogni aggressione a Verona, per la pigra e copiativa (nel senso del ctrlC-ctrlV) stampa di sinistra diventava immediatamente fascista. Hanno rubato un’Ape rossa in centro città? È sicuramente un furto fascista ai danni del proletariato bolscevico, da condannare nel nome di tutte le istituzioni democratiche.

    Diciamo che Verona, per tutti gli antifascisti di professione, era diventata la Mecca. Di più: la loro ragione sociale, la giustificazione a tutti i loro deliri. Se, dopo aver salmodiato per un’ora sull’imminente pericolo del ritorno delle ducesche camicie nere sull’italico suolo, qualcuno osava far loro notare che il pericolo era imminente a settembre del 1922 e che quindi l’allarmata cronaca non era esattamente una breaking news ma – nel 2022 – arrivava con un centinaio di anni di ritardo, l’interlocutore poteva sempre dire: sì, ma Verona? Ahi ahi ahi, a quel punto, gli astanti scuotevano la testa con costernata approvazione. Rimanevano quasi delusi, entrando nel gioiello scaligero, di non incrociare balilla pronti a scagliarsi in cerchi infuocati, pattuglie di rastrellatori che misuravano la città con scattosi passi dell’oca e gerarchi che concionavano dalle finestre. Paolo Berizzi, giornalista di Repubblica specializzato nella caccia ai fascisti, praticamente una branca dell’archeologia, ha addirittura scritto un libro sul caso: «È gradita la camicia nera. Verona, la città laboratorio dell’estrema destra, tra l’Italia e l’Europa». Dunque, non mettiamo in dubbio che nella cittadina veneta ci siano degli scombinati nostalgici e che tra le tifoserie si aggirino teste rasate poco raccontabili. Ma, è proprio il caso di dirlo, non si può fare di tutta l’erba un «fascio». Di fatti, alle elezioni di domenica scorsa, incredibilmente!, il candidato che ha raccolto più voti e andrà al ballottaggio è Damiano Tommasi, sostenuto dal Pd e da un’ampia coalizione di centro sinistra. E i fascisti? Spariti nel nulla. Delle due l’una: o la città è stata eroicamente liberata e allora il 12 giugno deve essere ricordato come una sorta di 25 aprile scaligero o quella della Verona nera era una gigantesca Fake news. Propendiamo per la seconda.


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