Senza coraggio né senso di Stato

«Mia moglie non ha intenzione di trasferirsi a Catanzaro. Un lavoro del genere va affrontato con il massimo impegno e non ho intenzione di aprire una crisi familiare». Così parlò l’ex rettore della Sapienza di Roma, Eugenio Gaudio da Cosenza. E come si fa a dar torto alla signora, nata anche lei a Cosenza? Chiedere a una cosentina di vivere a Catanzaro è come chiedere a un cremonese di vivere a Piacenza o a un livornese di andare a Pisa o Firenze.

Ma la Calabria ha anche l’aggravante di essere un non luogo che lo Stato ha deciso di abbandonare da un bel po’, ben prima di questo squallido balletto firmato dal governo M5s-Pd che ha portato alla scomparsa di tre commissari in 10 giorni, una mattanza che neanche la feroce ‘ndrangheta con i commissari «veri», quelli di polizia. Certo è che le cosche calabresi feroci lo sarebbero se qualcuno mettesse veramente le mani nella melma che i conti in rosso della sanità regionale nascondono. Dietro quelle fatture – pagate due o tre volte se sei un amico degli amici o dopo mille giorni se sei fortunato – ci sono gli interessi delle cosche e di quel cocktail micidiale di anime nere, camici bianchi, qualche grembiule massonico e una tessera di partito in tasca.

Chi tocca certi equilibri muore. Lo sa bene l’ex presidente della Regione Calabria Giuseppe Scopelliti, che da commissario-governatore ha ridotto il debito della sanità dai 260 milioni di agosto 2010 ai soli 30 milioni nel 2014. Poi, guarda caso, sono iniziati i suoi guai giudiziari ed è dovuto uscire di scena mentre il debito, in mano ai commissari decisi dal governo, guarda caso, è tornato a crescere.

La verità l’ex rettore non può dirla, ma si capisce. Ha paura di toccare nervi scoperti, perché in Calabria si rischia la pelle, metaforicamente ma anche no. Dopo tutti questi anni nella più antica università italiana vale la pena fare il civil servant? Evidentemente no. Perché ci vuole un gran coraggio a passare dai vialoni alberati dei Parioli agli svincoli della SS 280 dei Due mari o della provinciale 48 direzione Soverato-Catanzaro sud. E il coraggio, se uno non ce l’ha, non se lo può dare.

Perché vivere in Calabria da civil servant significa rinunciare a tutto: agli amici, agli affetti, alla libertà. Citofonare ai magistrati anti ‘ndrangheta Nicola Gratteri o a Giuseppe Lombardo, solo per fare due nomi, uomini dello Stato che, diversamente da Gaudio, hanno detto «obbedisco» a una vita in perenne lockdown. Chiedetelo agli uomini e alle donne delle forze dell’ordine che ogni giorno, sempre più faticosamente, si ostinano a rappresentare uno Stato che della Calabria non vuole saperne più niente. Tanto più che ormai la situazione al Sud sta diventando esplosiva. Di civil in questa terra si rischia solo la guerra, sobillata dalle cosche che col Covid si sono fatte ancora più ricche perché stanno comprando a mani basse le attività fiaccate dalla pandemia. Mentre di servant, più o meno utili e più o meno sciocchi, in Calabria ce ne sono pure troppi.



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