Sepe, emozionante musical noir Germania anni 20

Nov 13, 2021

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    Gli anni della repubblica di Weimar nella Germania tra la fine della Grande guerra perduta e il nazismo all’orizzonte sono raccontati, fatti vivere, comunicati attraverso l’umanità e le emozioni da Giancarlo Sepe nel suo nuovo spettacolo ”Germania anni 20”, che ha appena debuttato e si replica sino al 12 dicembre nel suo teatro La Comunità di Roma, che l’anno prossimo compirà 50 anni, prima di partire per la Pergola di Firenze, dove sarà dal 14 al 19 dicembre.
    Un militare della prima guerra mondiale è a terra, steso sulla bandiera della Germania che forse lui rappresenta e verrà sollevato e rivestito con un’altra divisa, pronto per un futuro sempre in armi, con la gente che attorno marcia compatta, sempre assieme, come una folla indistinta che tornerà più volte e strilla ”Germania parla, ribellati”. Poi passa il re, mantello al vento e elmo chiodato, deposto dall’avvento della repubblica che porta libertà per tutto e tutti, il che significa troppo disordine, col finale che ci si può immaginare, quando i passi di un charleston diventano pesanti e risuonano come passi dell’oca, con la gente inquieta e chi non sa più se è vittima o carnefice e canta ”ti dico che dobbiamo morire”.
    Alle spalle i palazzi alti, compatti come muri nella città scura, nera per la notte reale e metaforica, con solo una tonda luna a far da testimone. Le donne sono le vittime come sempre più deboli, più evidenti, dalla ragazza meccanica di Metropolis a quelle che non trovano lavoro, spinte a rubare o a prostituirsi: Per mangiare hanno cercato uomini e donne o sono finite in galera, dove le rilasciano: ”erano stufi del mio corpo, avrei voluto averne un altro per soddisfarli e restare ancora un po’ al caldo in quello schifo”. Donne illuse, abbordate per strada e poi in fuga mentre balugina la lama di un coltello, o Anita Berber, bisessuale che gioca con la sua grande gonna stringendosela alle gambe fino a farne pantaloni, esibendosi al bar-cabaret Eldorado, storico luogo trasgressivo e sino ai primi anni ’30 ritrovo di omosessuali e lesbiche, dove si consuma cocaina, morfina, oppio o laudano. E’ la libertà che libera gli istinti, spinge alla violenza, genera paura, ma anche la creatività, l’arte, da Otto Dix con la ”nuova oggettività” dei suoi ritratti ai canti di Bertolt Brecht e Kurt Weill, dalla Bauhaus a Muranu e il cinema espressionista.
    Sono tutti nomi non fatti a caso, perché nello spettacolo troviamo citazioni, canti, immagini che rimandano a essi e tanti altri. Uno spettacolo fatto di visioni, anche movimentate, di immagini con una loro carica emotiva amplificata dall’uso di belle musiche, tutte quasi filologicamente d’epoca e che danno il ritmo e il segno dei cambi di scena, ai movimenti spesso come danzati, così da costruire una sorta di febbrile musical da camera noir, in cui l’oscurità inghiotte e genera figure, folle, suggestioni, magari che appaiono all’aprirsi di una finestra, di un desiderio d’amore in casa e di sesso per strada, mentre c’è chi fugge, emigra in America, intravedendo l’avvicinarsi della persecuzione degli ebrei.
    Un lavoro elegantissimo in cui la sonorità ha grande importanza e quindi quasi tutto parlato e cantato diremmo in lingua originale, in tedesco, a ribadire come sia costruito con il rigore assoluto di cui Sepe, quasi un Bob Wilson napoletano, quindi con molta meno astrazione e più fisicità e sentimento, è maestro. Lo dimostrano la perfezione delle luci (di Guido Pizzuti) e dei movimenti in un legame stretto, quasi cinematografico con la colonna sonora, in quel sempre stupefacente spazio che è la Comunità. Una ”Germania anni 20” quindi assolutamente coinvolgente con la scena di Alessandro Ciccone e il variare e gioco di costumi di Lucia Mariani e gli interpreti sempre della giusta misura espressiva e ottimo coordinamento, da citare tutti: Antonio Balbi, Sonia Bertin, Jacopo Carta, Chiara felici, Giuseppe C. Insalacco, Camilla Martini, Riccardo Pieretti, Federica Stefanelli, Guido Targetti e Maria Luisa Zaltron, applauditissimi alla fine.


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