“Sotto scacco…” Ecco perché il M5S non può uscire dal governo

Giu 26, 2022

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M5S di lotta o di governo? È questo il dubbio che pervade i pentastellati che hanno deciso di rimanere nel Movimento guidato da Giuseppe Conte che, com’è noto, subisce il governo Draghi più che appoggiarlo con convinzione.

Dopo la fuoriuscita dei dimaiani, i pentastellati, dall’ex viceministro all’Economia Stefano Buffagni al vicecapogruppo M5s al Senato Gianluca Ferrara, si sono sentiti più liberi di esprimere perplessità sulla permanenza nel governo. Anche il deputato Gabriele Lorenzoni, raggiunto telefonicamente da ilGiornale.it, pur essendo favorevole a passare all’opposizione, spiega: “La verità è che ci hanno messo in scacco matto perché, se usciamo ora, diamo ragione a Di Maio che ci considera degli irresponsabili”. Ma non solo. Fuori dal governo, i contiani dovrebbero fare i barricaderi alla Di Battista e salterebbe l’alleanza col Pd “ma non è possibile perché Conte vuole essere il punto di riferimento del fronte progressista”, dice Lorenzoni, preoccupato del fatto che, viceversa, “se si rimane nel guado” una permanenza al governo possa causare un’ulteriore perdita di consensi. La soluzione sarebbe una consultazione on line che, però, per paura del risultato, non si farà. Il senatore Alberto Airola, invece, si chiede: “Ora la questione è quanto c’è spazio di interlocuzione con questo Governo? A che punto si è deteriorato il rapporto Parlamento Governo?”. Airola sostiene che il M5S si trovi “sotto il fuoco incrociato che mira a farlo passare come irreponsabile e persino ‘pericoloso per la sicurezza italiana’”. Il senatore piemontese, dunque, non ha dubbi: “Se esiste ancora lo spazio per incidere, bene, potremmo restare ma altrimenti no”.

Carlo Buttaroni, presidente dell’Istituto Tecné che nel suo ultimo sondaggio attribuisce al Movimento appena il 9,3% dei consensi, spiega così a ilGiornale.it la crisi del M5S: “I ragionamenti stile Nanni Moretti: ‘Mi si nota di più se ci sono o non ci sono’ non portano da nessuna parte”. Il sondaggista precisa che il 9% “è un effetto congiunturale” che dipende dallo choc per la scissione di Luigi Di Maio, ma è la mancanza di un’identità chiara il principale problema.“I Cinquestelle sono ancora quelli della fondazione che vogliono rappresentare gli sconfitti oppure vogliono stare nel campo progressista?”, si chiede Buttaroni, convinto che il tema delle armi non scaldi gli italiani, decisamente più preoccupati di come arrivare a fine mese. “Quando il M5S ha raggiunto il 33%, lo ha fatto perché ha dato una risposta concreta come il reddito di cittadinanza”, ha spiegato l’esperto.

La guerra non è in cima ai pensieri degli italiani e, come spiega anche il sondaggista Nicola Piepoli, la posizione ambigua di Conte ha penalizzato il M5S. “Prima ha detto di essere contrario all’invio di armi a Kiev, poi se l’è rimangiato e ha disorientato il suo elettorato. E, ciò che affermi oggi, non lo puoi negare domani”, avverte il decano dei sondaggisti che chiarisce: “Alla gente piace chi non lascia dubbi su di sé, mentre Conte non ha ancora chiarito quale sia la propria collocazione politica”. Un giudizio condiviso anche dal politologo Gianfranco Pasquino che, a ilGiornale.it, descrive così l’ex premier: “Conte è uno che galleggia: non tornerà alle origini, ma deve mantenere la sua presenza come strumento critico e di protesta. Pd e M5S, da soli, sono destinati alla sconfitta”. Anche secondo Pasquino, il M5S, per risollevarsi nei sondaggi, dovrebbe ridefinire la sua identità, ma “Conte, che è stato un presidente del Consiglio capace, non è un leader politico e perciò non sa che pesci prendere”.


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