Spirito italiano

Mag 29, 2022

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    Per evitare che qualche bounty killer a caccia di putiniani mi metta nel mirino dico subito che è giusto accettare un compromesso con la Russia solo se convincerà l’Ucraina. Come pure sono convinto che sia stato giusto, e lo sia ancora, fornire Zelensky e i suoi di armi, per non confondere una giusta pace con la resa di Kiev. Ed ancora penso, malgrado le ripercussioni negative che il nostro Paese sta pagando, che siano opportune le sanzioni economiche contro Mosca e che le divisioni e i disimpegni (vedi Orbán) facciano molto male all’Unione. Detto questo: e poi?

    Ecco, è sul «poi» che dovremmo concentrarci tutti, a cominciare dagli alleati dell’Ucraina, evitando di appassionarci solo all’elenco quotidiano degli strumenti bellici che vengono spediti al fronte e della loro gittata. Anche perché, al di là di possibili rovesci molto remoti di uno dei due eserciti, se si vuole essere realisti, ormai la linea di confine tra l’Ucraina legittima e quel pezzo di Ucraina che i russi hanno rubato con la forza è abbastanza chiara: difficilmente Putin si ritirerà da lì, come pure è molto complicato che Zelensky riesca a riconquistare i territori perduti sul piano militare. Quindi, pur sperando sempre nella capacità di reazione degli ucraini, è probabile che nelle prossime settimane – o mesi – di guerra si rischino nuovi lutti, nuove tragedie da entrambe le parti senza risultati.

    Ed è proprio in questa situazione di impotenza e di dramma che bisognerebbe tornare con la mente a venti anni fa, allo «spirito» di Pratica di Mare che portò, grazie all’iniziativa di Silvio Berlusconi, i leader di Stati Uniti e Russia, George W. Bush e Vladimir Putin, a stringersi la mano. Si parla di «spirito» di Pratica di Mare, ma di fatto è lo spirito italiano, visto che l’iniziativa di allora del Cav si inserisce a buon diritto nel solco di un filone di grandi leader del Belpaese che, da convinti «atlantisti», si sono sempre spesi per la pace nelle crisi internazionali dalla fine della Seconda guerra mondiale ad oggi. Parlo di Giorgio La Pira come di Aldo Moro, di Giulio Andreotti come di Bettino Craxi. È un approccio convinto e leale alle nostre alleanze internazionali, alla Nato, sempre memore della riconoscenza che dobbiamo nutrire nei confronti degli Stati Uniti, ma che, nel contempo, non rinuncia – appunto sempre rispettando la lealtà che dobbiamo avere verso chi condivide i nostri stessi valori democratici – ad espletare ogni tentativo per salvaguardare o ritrovare la pace.

    È una caratteristica della diplomazia italiana maturata sulla linea di confine tra l’Ovest e l’Est, tra il Nord e il Sud, che andrebbe valorizzata. Anche perché è nella natura del nostro Paese essere un ponte per unire i diversi. Berlusconi allora lo fece e si superò. Oggi, purtroppo, mancano leader che ne siano capaci: le «call» a due o a tre tra il Cremlino, il Bundeskanzleramt e l’Eliseo non riescono a far sedere uno di fronte all’altro Zelensky e Putin; ancor peggio le parodie di tour pacifisti a Mosca. Operazioni del genere, infatti, richiedono forti relazioni internazionali e la capacità di conquistare la fiducia di entrambi i contendenti. È purtroppo una lacuna di cui soffriamo oggi in Italia, e non solo. Basta guardare il linguaggio usato dai protagonisti di questa crisi, più attento all’effetto mediatico che non ai risultati. Questo, però, non significa che si debba rinunciare ad espletare questi tentativi di pacificazione. Anche perché, diciamocelo francamente, le leadership, quelle vere, si sono sempre forgiate nelle crisi.


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