‘Stati Uniti contro Billie Holiday’ per una canzone

Mag 3, 2022

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    Nonostante una vita maledetta appartenga spesso agli artisti, quasi un motore della loro arte, nel caso di Billie Holiday è davvero troppo quanto capitato a questa donna in una vita così breve (muore nel 1954 a 44 anni). Così il rischio di Lee Daniels, regista de GLI STATI UNITI CONTRO BILLIE HOLIDAY (in sala dal 5 maggio con Bim e già in anteprima al Bif&st), di cadere nella facile retorica era molto alto. Dalla sua il regista aveva da una parte una sceneggiatrice come Suzan-Lori Parks – la prima donna afroamericana a vincere nel 2002 il Premio Pulitzer ed esperta di razzismo e sessismo – e, dall’altra, un’attrice come Andra Day, che proprio per questo ruolo ha vinto il Golden Globe, affiancata dall’attore Trevante Rhodes (Moonlight). Ecco infine la storia tragica di questa cantante che negli anni Quaranta era l’icona della musica jazz in tutto il mondo. Un bersaglio perfetto per il governo federale Usa, che la trasformò nel capro espiatorio di una battaglia contro la droga prendendo di mira la sua vita e, soprattutto, la ballata STRANGE FRUIT, la sua canzone di denuncia contro i linciaggi ai danni degli afroamericani. Una ballata diventata poi un manifesto per il movimento per i diritti civili (gli ‘strange fruit’ del brano sono solo i corpi di vittime del razzismo appesi per sfregio ad un albero, ndr). Tutto nacque a New York nel 1939 al Cafè Society del Greenwich Village, uno dei pochi locali in cui i neri potevano sedere insieme ai bianchi. In quel locale si esibiva appunto la Holiday, cantante di colore inquieta, stuprata da bambina, ex prostituta e tossicodipendente compulsiva. Una sera Billie decise di cantare per la prima volta una canzone di Abel Meeropol, poeta, scrittore, compositore ebreo-russo, scritta per protesta contro il linciaggio di due lavoratori di colore di una piantagione. “Non c’era nemmeno un leggero applauso nell’aria all’inizio – scrive nella sua biografia la cantante – poi solo una persona ha iniziato a battere nervosamente le mani e così tutti gli altri l’hanno seguita”. Il brano divenne poi la conclusione di tutti i suoi concerti, il suo modo di lasciare il palco. (ANSA).
       


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