Stato immobile. Il Paese del del giorno dopo

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Ieri Mario Draghi ha dato il suo addio a Palazzo Chigi. Passano i governi, politici o tecnici poco importa. Ma la situazione non cambia. La tragedia dell’alluvione nelle Marche, non prevista, ci riconsegna le immagini di un Paese che è in balia degli eventi. Di qualsiasi tipo. Non si riescono a prevenire disastri e non si è tempestivi nell’affrontarli, nel decidere. In tutti i campi: sul Covid, sul ponte Morandi, sulla funivia del Mottarone, su un lungo elenco di alluvioni, ma financo sulla crisi del gas come ha ricordato l’agenzia di rating Fitch, che pure gli vuole bene, allo stesso Draghi. L’elenco è lungo, infinito. Ed è l’emblema del «Paese del giorno dopo».
Oggi si conteranno le vittime dell’alluvione. C’è chi darà l’ennesima spiegazione sul perchè non si è riusciti a prevedere con più precisione l’entità delle piogge che hanno provocato il dramma, come se, invece che nell’anno del Signore 2022 nel quale sul telefonino trovi pure l’ora esatta in cui cade la prima goccia, fossimo rimasti ai tempi di quel pioniere della meteorologia che era il colonnello Bernacca. Lui almeno azzardava un solo pronostico, il celeberrimo: «Nebbia in val Padana». E la gente si accontentava.
Ora, però, siamo in un’altra epoca. Hai un’altra tecnologia ma la situazione in Italia non cambia o cambia di poco. E nel frattempo il Paese declina, ripiega su se stesso. Per restare alla tragedia di Senigallia 7423 comuni italiani (il 94%) sono a rischio alluvione, frane ed erosione costiera. Proprio Senigallia era stata vittima di un disastro nel 2014 fotocopia della tragedia di oggi: ci furono quattro vittime, in quello di ieri nove morti e due dispersi. E il problema non sono le responsabilità personali (che magari ci saranno pure) ma l’assenza di un sistema che prevenga questi rischi. Ma, soprattutto, manca una capacità decisionale per calibrare interventi, da Paese moderno. Riformi la protezione civile, ma ci sono altri comparti della macchina statale che latitano. C’è un fiorire di competenze tra questo e quell’altro ente locale, che hanno un unico risultato: l’immobilismo.
Ai tempi del suo ultimo governo Silvio Berlusconi si inventò «la magia del fare», «la democrazia decidente» quando riuscì a far partire dopo dieci anni di polemiche il termovalorizzatore di Acerra, una struttura che bruciando rifiuti garantisce oggi l’elettricità a duecentomila famiglie. Per riuscire nell’intento il Cav dovette utilizzare pure l’esercito. Sono passati 13 anni e per mettere in piedi un termovalizzatore a Roma, in piena crisi del gas, siamo al punto di partenza. Polemiche su polemiche. Intanto la capitale invia i suoi rifiuti ad Acerra. È un esempio dei tempi decisionali del nostro Paese. E purtroppo quest’assenza di velocità riguarda l’intero sistema Italia. Si decide sull’onda dell’emergenza, quando il problema è scoppiato e magari quella scelta o arriva in ritardo, o, addirittura, non serve più. Solo da noi, mentre il Paese è in ginocchio per l’assenza di gas, c’è chi si permette di contestare la realizzazione del rigassificatore di Piombino. Più che un paradosso è un fulgido esempio di masochismo italico. C’è solo da sperare che emergenza dopo emergenza, tragedia dopo tragedia, alluvione dopo alluvione gli italiani si accorgano che la democrazia funziona solo se governa, se decide. In caso contrario il Paese va a quarantotto.


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