Taglio del cuneo e meno tasse. Le grandi sfide del dopo Draghi

Ago 1, 2022

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Il Consiglio dei ministri, che dovrebbe riunirsi mercoledì o giovedì, fornirà con il decreto Aiuti bis le prime risposte alla riduzione del potere d’acquisto causata da un tasso di inflazione al 7,9% annuo. La dotazione di 14,3 miliardi, approvata con il recente scostamento di bilancio (ma non si tratta di deficit bensì di maggiori entrate Irpef e Iva), tuttavia, non può essere risolutiva rispetto a uno scenario di crisi indotto da una pandemia mai definitivamente domata e da un rincaro dei prezzi energetici determinato dal conflitto ucraino. Ecco, quindi, che la campagna elettorale agostana è chiamata a fornire alcune linee guida di politica economica.

Il primo indirizzo è quello relativo all’abbassamento della pressione fiscale. Il decreto Aiuti bis dovrebbe quasi sicuramente prevedere un ulteriore taglio del cuneo fiscale e contributivo sul lavoro di un punto percentuale per i redditi fino a 35mila euro lordi annui. Il che si tradurrebbe in un maggiore introito per i beneficiari compreso tra i 150 e i 350 euro annui a fronte di una spesa quantificabile in 1,8 miliardi di euro circa.

E proprio dalla necessità di abbassare il peso del fisco parte il documento di 18 pagine, intitolato «Le priorità di Confindustria per un governo capace di riforme incisive», una summa del pensiero di Carlo Bonomi rivolta alle forze politiche. Al primo posto il taglio del cuneo da 16 miliardi dei quali il 66% sarebbe rivolto ai lavoratori con redditi sotto i 35mila euro, allo scopo di far recuperare loro 1.230 euro annui. La decontribuzione delle imprese, inoltre dovrebbe favorire il ricambio generazionale in luogo delle misure di flessibilità come Quota 100 e Quota 102 (che finisce quest’anno) che hanno causato un aumento monstre della spesa previdenziale.

E se il dl Aiuti bis di Mario Draghi si appresta a rivalutare del 2% in anticipo le pensioni italiane e a erogare il bonus 200 euro alle categorie che non l’hanno ricevuto, Confindustria invita a dare una stretta al reddito di cittadinanza «annullando il suo impossibile ruolo di attore delle politiche attive del lavoro». Insomma, si tratterebbe di spostare poco più di un terzo dei 10 miliardi spesi annualmente anche per persone in grado di lavorare. Allo stesso modo, Confindustria chiede la cancellazione definitiva dell’Irap e la rimodulazione dell’Ires per avvantaggiare le imprese che reinvestono gli utili.

Sono temi sui quali l’ex presidente della Bce non avrebbe comunque potuto insistere più di tanto sia perché il suo esecutivo si sarebbe avvicinato alla scadenza naturale sia perché Draghi e il ministro dell’Economia Franco sono sempre stati molto preoccupati dalla sostenibilità del debito pubblico a fronte di un clima non sempre favorevole in ambito europeo.

Riguarda pure il centrodestra questo discorso «interrotto» dell’inquilino di Palazzo Chigi di cui Viale dell’Astronomia ha cercato di estrapolare una sintesi spingendo su temi a lei più congeniali come la garanzia della prosecuzione del piano di investimenti sulla mobilità (279,4 miliardi nei prossimi 15 anni) e il no alla legge sul salario minimo. Non solo perché il ceto imprenditoriale faccia parte della sua base elettorale, ma anche perché programmaticamente sono temi che le sono più vicini. Il problema, tuttavia, resta sempre il medesimo, ossia come coniugare la diminuzione della pressione fiscale con un debito pubblico da 2.755 miliardi di euro. Senza contare che gli interventi per ridurre accise e Iva su elettricità, gas e carburanti (oltre 2 miliardi a trimestre) non potranno andare avanti all’infinito e, quindi, una soluzione andrà ricercata anche per questo problema.


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