Tasse, centrosinistra ambiguo sulla riduzione: “Progressività” spesso fa rima con “stangata”

Ago 3, 2022

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L’ultima proposta elettorale del Pd di Enrico Letta è saltata fuori ieri mattina sui social: un contributo di 2mila euro l’anno per studenti e lavoratori under 35 allo scopo di sostenerne la spesa per l’affitto e, dunque, l’autonomizzazione. Non è una novità in assoluto: fa parte di un progetto di legge regionale della consigliera piddina del Lazio, Eleonora Mattia. Se la dote ai diciottenni voluta dal segretario si finanzierebbe con l’aumento della tassa di successione, in questo caso non c’è nessuna indicazione di copertura. Anche perché, teoricamente, il Lazio non ne avrebbe bisogno avendo l’addizionale Irpef media più alta d’Italia (630 euro in media) anche se il governatore ormai uscente Zingaretti ha ampliato la fascia delle esenzioni.

Si comprende bene, però, che proprio sulla questione tasse si giocherà il confronto decisivo di questa campagna elettorale. E dopo l’intesa tra Pd, Azione e +Europa le carte in tavola sono destinate a cambiare. Ad esempio, il partito di Calenda era favorevole a un azzeramento dell’Irpef e delle altre tasse per i giovani fino a 26 anni e un dimezzamento per coloro che hanno tra 26 e 30 anni. Nel comunicato congiunto questo afflato giovanilista è scomparso. Letta e Calenda si impegnano «a improntare le politiche fiscali alla progressività» e «a non aumentare il carico fiscale complessivo». Nel gergo economico della sinistra questo significa spostare il peso del fisco verso i redditi più elevati sgravando i più bassi che, a ben guardare, era la curvatura che il governo Draghi aveva sempre evitato pur ispirandosi al neokeynesismo. È quanto, ad esempio, scritto nel programma di Sinistra Italiana che vorrebbe rivedere l’Irpef modulando le aliquote in funzione dei redditi (una specie di sistema «alla tedesca»).

Chiaramente le intese elettorali rendono qualsiasi formula molto più evanescente e svuotano i termini del loro significato per cui solo se chiamati al governo si potrebbe comprendere se quella di Pd e Azione sia una promessa o una minaccia. Di sicuro Matteo Renzi e Italia Viva puntano ad altri lidi parlando di imposta negativa, il concetto caro a Milton Friedman, ossia la restituzione di soldi da parte dello Stato quando il reddito non raggiunga una soglia minima predeterminata. Una proprosta che in passato formulò anche Forza Italia.

Il centrodestra, come spiegato nell’intervista di ieri al Giornale del coordinatore azzurro Antonio Tajani, guarda però alla flat tax. Il team che sta elaborando il programma dovrà raggiungere una sintesi tra il 15% propugnato dalla Lega, le tre aliquote (15,23 e 33%) di Forza Italia e Fdi che ha sempre pensato a un prelievo fisso sui redditi incrementali. Però la lingua che si parla è la stessa (il no alle patrimoniali è condiviso). Lo stesso vale per la pace fiscale e per la riforma del catasto che dovrà far emergere gli immobili fantasma: quanto recuperato con questi strumenti dovrà andare al taglio del cuneo fiscale sul lavoro, alla flessibilizzazione delle uscite dal lavoro e, soprattutto, alla definizione di misure ad hoc contro il caro vita. Tra i punti su cui risparmiare anche il reddito di cittadinanza che andrà rivisto. Un tema sul quale non solo il centrodestra converge, ma anche il Pd, costrettovi dal diktat di Calenda.

E i Cinque Stelle? La sostanza delle loro promesse è la stessa di quattro anni e mezzo fa: più reddito di cittadinanza e più bonus per tutti. Proprio quelli che i due altri schieramenti vorrebbero ridimensionare.


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