• Trappola tedesca sul Mes: ecco i rischi per l’Italia

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    La Corte Costituzionale tedesca di Karlsruhe ha bocciato una serie di ricorsi presentati in Germania sulla possibile incompatibilità della riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità (Mes) con l’ordinamento interno di Berlino. L’agenzia Radiocor fa notare il succo del ragionamento di Karlsruhe: “Dato che il Mes non esercita poteri sovrani nel decidere se concedere assistenza finanziaria e svolgere le relative funzioni, una disposizione procedurale relativa a tale processo decisionale e relativa ai compiti del Mes non costituisce un’autorizzazione all’esercizio di poteri sovrani” e non cagiona danni all’indipendenza politica di Berlino.

    Via libera, dunque, all’adesione del governo di Olaf Scholz alla discussa riforma del “fondo salva-Stati” negoziata nel 2020 e conclusa a gennaio 2021. E Bruxelles esulta. Il presidente dell’Eurogruppo Paschal Donohoe ha accolto con soddisfazione la decisione della Corte costituzionale tedesca che ha respinto il ricorso contro gli emendamenti al trattato del Mes: “È un passo importante che spiana la strada per la sua ratifica da parte della Germania“. Quando il governo formato da Spd, Liberali e Verdi avrà concluso l’iter di ratifica, tra i diciannove Paesi dell’Eurozona solo l’Italia non avrà messo in campo una ratifica parlamentare.

    Cosa prevede il Mes

    Né Giuseppe Conte, che la firmò negli ultimi giorni del suo mandato, né Mario Draghi hanno messo tra le priorità della maggioranza la ratifica del Mes. La cui riforma, lo ricordiamo, si basa su tre principi: l’intervento del Mes come ultimo organismo di risoluzione delle crisi bancarie; la connessione tra la sottoscrizione di un prestito ai sensi delle vecchie regole di intervento del Mes in difesa dei debiti e il rispetto del Patto di Stabilità; l’ingresso diretto del fondo basato in Lussemburgo per ristrutturare i debiti dei Paesi in crisi qualora questi ne facciano richiesta.

    Pragmaticamente la novità più grande è il tema della connessione con le banche; politicamente la creazione di un nesso diretto tra Mes e quei Trattati europei da cui formalmente il Mes, istituzione internazionale a parte, è avulso. E se l’Italia rimarrà l’unica nazione a non ratificare la riforma del Mes si potrebbe aprire una crepa politica con Bruxelles. E animarsi una discussione all’interno della maggioranza. Durante l’esecutivo di Mario Draghi l’estemporanea rinascita dell’asse gialloverde Lega-Movimento Cinque Stelle frenò di fatto la promozione di un disegno di legge di ratifica del Mes, complice la presenza all’opposizione della contrarissima compagine di Fratelli d’Italia.

    Ora, però, Fdi è partito di maggioranza nel centrodestra di governo che formalmente deve promuovere linee in continuità con gli impegni presi e anche dalla Lega il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti ha aperto alla ratifica della riforma il 7 novembre scorso durante l’audizione sulla Nota di aggiornamento al Def davanti alle Commissioni riunite di Camera e Senato: “Non mi risulta che il governo Draghi abbia approvato in Consiglio dei ministri la ratifica del Mes“, ha detto Giorgetti, aggiungendo in maniera significativa che durante l’era Draghi, in cui era ministro dello Sviluppo Economico, “La decisione era di attendere la Corte costituzionale tedesca, confermo che aspetto la decisione della Corte costituzionale tedesca” avendo la ratifica come target finale.

    La partita politica per il governo

    Ora la decisione della Corte di Karlsruhe è arrivata e con essa il momento-verità per l’Italia. Giorgetti ha parlato in termini cautelativi come è solito fare, ma la base di Fdi e della Lega mostra sostanziale contrarietà all’ineluttabilità della ratifica. Letizia Giorgianni, deputata di Fdi, ha dichiarato a Il Tempo di essere fortemente contraria: “Non va dimenticato che, nel caso in cui l’Italia dovesse trovarsi in crisi di liquidità, per accedere al fondo che essa stessa finanzia con 125 miliardi di euro, sarebbe obbligata a ristrutturare il suo debito pubblico. Come fanno le nazioni che, secondo i mercati, sono indirizzate verso il default. Mi sorge spontanea una domanda: perché con il governo Draghi nessuno parlava più di Mes, e l’argomento torna puntualmente di attualità con il governo Meloni?“, ha sottolineato, aggiungendo che “Draghi sapeva le stesse cose che sappiamo noi sulla incongruità degli strumenti del Mes rispetto ai bisogni immediati dell’Italia (e per fortuna)“. A fine novembre, invece, il senatore leghista Claudio Borghi, per trovare risorse tali da finanziare la manovra ha proposto di “chiedere a Bruxelles di redistribuire agli stati le rispettive quote del Mes, che va smantellato”.

    La partita si annuncia complessa. Un rifiuto della ratifica sarebbe per il governo Meloni indubbiamente penalizzante agli occhi di molte istituzioni europee. Una ratifica sulla scia di Karlsruhe metterebbe il presidente del Consiglio e il vicepremier Matteo Salvini, in passato barricaderi sulla misura, in posizione d’imbarazzo verso gli elettori. Il gioco rischia di essere a somma zero e di aprire una grana politica indesiderata. A maggior ragione in una fase in cui il concetto stesso di fondo su cui nel 2020 si discuteva la riforma del Mes è stato superato dai fatti.

    Ai tempi si fece grande confusione tra la riforma del Mes e la cosiddetta linea “sanitaria” del Mes volta a finanziare i sistemi sanitari copiti dalla pandemia, quella su cui si concentrò la critica di Salvini e Meloni. Conte, ad esempio, approvò la riforma del Mes ma mai firmò alcuna ratifica della linea di credito con Lussemburgo, temendo l’effetto “cavallo di Troia” paventato da M5S, Lega e Fdi. Oggi il problema riguarda di fatto una modifica tecnica, e il rischio stesso delle forche caudine del Mes è ridotto dalla presenza di Next Generation Eu e del debito comune a sostegno delle economie europee. Il problema è coi simboli, più che con i dati formali e gli impatti reali delle riforme. Ma anche di simboli, sappiamo, vive la politica.

    Il Mes come agenzia del debito? Una strada possibile

    Una delle strade possibili per uscire dall’impasse potrebbe essere quella di accettare la ratifica a patto di aprire un dibattito su uno strumento che, a dieci anni dalla sua entrata in vigore, appare figlio del passato. In una fase in cui anche una storica rigorista come la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen parla di “flessibilità” sul debito pubblico e in cui l’Europa vede i bilanci stracolmi delle passività create dalla pandemia è ora di pensare all’idea di fare del Mes la base per la tanto discussa Agenzia Europea del Debito capace di espandere le prospettive del Recovery Fund ed emettere asset pregiati.

    La lettera Draghi-Macron lanciata sul Financial Times il 23 dicembre scorso prevedeva una proposta del genere partendo dall’esame politico di uno studio di cui erano autori i consiglieri economici dei due leader (Francesco Giavazzi per Palazzo Chigi e Charles-Henri Weymuller per l’Eliseo) e due economisti italiani (Veronica Guerrieri e Guido Lorenzoni) dal titolo “Rivedere il quadro fiscale europeo”.

    Secondo la proposta ancora tutta da valutare operativamente, come abbiamo ricordato su Inside Over, “l’ente si impegnerebbe ad emettere titoli europei a basso rischio e basso rendimento per attuare, grazie ad essi, uno scambio con la Bce” e smaltire i titoli “pandemici” emessi dagli Stati prima di Next Generation Eu. Su questo fronte l’Italia potrebbe lavorare per fare del Mes un’istituzione al passo coi tempi. E non un mesto retaggio del passato totalmente disfunzionale utile solo come spauracchio politico.


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