Tre anni di insulti di Repubblica alla Meloni

Lug 28, 2022

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Per qualcuno è solo una post fascista. Per qualcun altro, invece, è “spassosa ma inquietante”. Qualcuno la descrive come la “reginetta di Coattonia”. Qualcun altro, invece, afferma che “fisicamente non somiglia alle cattiverie che dice”. La malcapitata, ovviamente, è Giorgia Meloni, attualmente la leader politica che gode non solo del consenso del 25% degli elettori, ma anche (e soprattutto) di pessima stampa. Ovviamente di sinistra. Ovviamente rispettosa di tutti, tranne di coloro che, al posto di essere avversari, diventano nemici da abbattere ad ogni costo. È così che nascono gli editoriali sul pericolo di una presunta ombra nera che incombe sull’Italia. È così che l’internazionale progressista, da Washington a Londra, comincia a sfornare articoli contro la Meloni.

Partiamo da un articolo di tre anni fa. 22 gennaio 2019, Repubblica. Il tema del pezzo è l’ostilità riaccesa tra Francia e Italia. Alessandro Di Battista ha da poco strappato in diretta tv un facsimile di 5000 franchi africani. Un gesto sguaiato, alla Dibba, per parlare di un tema importante: il controllo, spesso costellato di soprusi, della Francia nei confronti di alcuni Paesi legati alla Comunità finanziaria africana. La Meloni, in uno strano gioco di convergenze parallele con il grillino, afferma che Macron sfrutta i bimbi africani per arricchirsi. E cosa fa Repubblica? Abbandona la cronaca politica e passa direttamente all’insulto: la leader di Fdi diventa la “regina di Coattonia“.

Tre mesi dopo, la Meloni apre una furiosa discussione su Twitter con Carlo Calenda. Lei aveva randellato il Movimento 5 Stelle, parlando di “cooperativa di punkabbestia al governo”. Lui replica: “Sei la versione burina del Ku Klux Klan”. Chiosa Repubblica: “Insomma qualcosa di più di burina, una razzista-nazista sia pure de’ noantri”.

23 ottobre 2019, sempre l’immancabile Repubblica: “Fisicamente non somiglia alle cattiverie che dice. Dunque non è facile prendere sul serio Giorgia Meloni e anche noi, per troppo tempo, non l’abbiamo fatto”. L’articolo, a dire il vero molto gracchiante di Francesco Merlo, è una continua critica al Meloni-pensiero, in particolare nei suoi aspetti giudicati più estremi: “Quando, per esempio, grida che bisogna affondare le navi degli immigrati non fa pensare alla valchiria wagneriana fascista e razzista come la francese Marie Le Pen, alta, imponente e biondissima, ma alla parodia macho dell’Alice disneyana. Gli storici dell’illustrazione sanno come andò: ‘Non sono bionda, è che mi disegnano così’ fece dire alla sua Alice il primo illustratore del Paese delle meraviglie, sir John Tenniel”. E qui bisogna fare una prima considerazione. La Meloni non ha mai detto che bisogna affondare le barche degli immigrati. Ha detto: “La Sea Watch deve essere sequestrata, l’equipaggio arrestato, gli immigrati a bordo fatti sbarcare e rimpatriati immediatamente mentre la nave va affondata come accade con le navi che non rispettano il diritto internazionale”. Che è cosa ben diversa dallo scrivere quello che afferma Merlo, quasi a insinuare il dubbio che la leader di Fdi sia disposta ad ammazzare dei poveri Cristi. Continua la firma di Repubblica: “L’ho pensato anch’io quando ho sentito la Meloni comiziare nelle periferie tra i coatti romani e gli emarginati. Sparava violenze che il suo corpo pareva non sopportare, robe amazzoniche e militari in bocca ‘a una signorinetta piccola piccola, bionda, pallida, dagli occhi ceruli’ proprio come l’Adriana che accoglie a Roma il fu Mattia Pascal. Dev’essere per questo che piace così tanto ed è ‘la più amata dagli italiani’, perché addolcisce l’infamia. E sembra togliere ferocia alla gagliofferia anche quella sua cantilena da suburra, il ritmo ondulato della lingua dell’ozio romano che dubita di quel che dice mentre lo dice”. Del resto, si sa: quel 25% di italiani che oggi stanno con la Meloni sono solamente rozzi, burini, cafoni. Tra loro non ci può essere gente per bene, lavoratori e imprenditori che vogliono il bene del Paese. Potremmo fare tanti altri esempi tratti da Rep, ma preferiamo fermarci qui. Anche per preservare gli occhi (e il fegato) di voi lettori.


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