Ucraina, rifugi vuoti, l’altra resistenza

Mag 8, 2022

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    Ad Horodok le sirene dell’allarme aereo non si sentono ovunque: qui, oblast di Leopoli, abitano 16mila anime ma molte case sono sparse nel verde della periferia. Gli avvisi arrivano dunque con l’app del telefono che tutti hanno scaricato subito dopo i primi giorni della guerra. Ma molti oggi la tengono silenziata. “Suona due, tre, anche quattro volte al giorno, possiamo passare tutto il tempo in cantina?”, chiede Oleksandr mostrandomi la cartina dell’Ucraina che cambia colore, regione per regione, se c’è un pericolo di attacco. Ma nell’ultima settimana è stata spesso tutta rossa quella cartina, segnale di allerta per tutto il Paese.

    E’ una resistenza diversa da quella della prima linea anche perché la gente sente che questo conflitto potrebbe durare mesi, “anche anni”, è il sentimento diffuso. Kharkiv, dove si vive da due mesi nella metropolitana per difendersi dalle bombe, dista oltre mille chilometri, per Odessa ce ne vogliono circa 800 calcolando che le strade non sono tutte percorribili. Ma Yavoriv, dove il 13 marzo era stata colpita una base militare, è a un’ora di strada. Il rumore della guerra dunque si è avvicinato anche qui. Ma c’è voglia di tenersi stretta una certa normalità. Per questo, dopo i lanci di missili a Leopoli all’inizio di questa settimana, che hanno colpito una centrale elettrica e le infrastrutture ferroviarie, oggi davanti al Teatro dell’Opera c’è chi suona e i bambini che giocano con le fontane d’acqua.

    Suor Francesca, benedettina, vive in un monastero nella periferia della ‘piccola Vienna’: “Qui la sirena non si sente, ci avvertono e noi suoniamo le campane. Ma continuiamo a fare quello che stiamo facendo. I primi giorni sempre nei sottoscala, ore e ore, non riuscivamo neanche a pregare bene”, dice la monaca la cui giornata comincia con le lodi ed è scandita da canti e orazioni tutto il giorno. A Kiev si mangia nei pub guardando le partite del calcio italiano e la cameriera, fan di Celentano, augura alla fine “good luck”, in bocca al lupo, a noi italiani. A Zythomir, dove all’inizio del conflitto sono state colpite dai missili case di civili e anche una chiesa ortodossa, i francescani, al suonare della sirena, scherzano: “Speriamo solo che i russi non abbiano mappe vecchie perché questo convento, ai tempi dell’Unione Sovietica, era stato requisito e trasformato in un commissariato”.

    Il vero problema oggi, nell’Ucraina non vicina al fronte che sfida Putin con cartelli che lo sbeffeggiano o provando a vivere la vita di prima, è la benzina. Il Paese, dove non si viaggia più in aereo e con le ferrovie meno sicure dell’inizio del conflitto, tutto si muove su gomma e le code ai benzinai possono durare anche quattro-cinque ore. “E’ possibile mettere solo dieci litri per volta”, spiega Iaroslav. Ma c’è chi si è attrezzato: si può pagare in contanti o con una app prepagata scaricata sul telefono. “Se hai due sim, più un pieno in contanti, riesci a mettere anche 30 litri”, dice Oleksandr. Si impara a sopravvivere a tutto, anche all’idea che forse questa penuria di carburante può essere dovuta al fatto che “le compagnie aspettano domani, quando potranno alzare i prezzi”. In città è più facile girare in bicicletta e in monopattino. E i sacchi di sabbia accumulati in tutti gli angoli delle città fungono da perfetti parcheggi per questi mezzi a due-ruote, ora che la tensione ai check-point si è un po’ allentata.


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