Un enigma da risolvere nell’inferno di Stalingrado

Nov 15, 2021

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    (ANSA) – ROMA, 15 NOV – BEN PASTOR, LA SINAGOGA DEGLI ZINGARI (traduzione di Luigi Sanvito, Sellerio editore, 663 pagine, euro 17) Due famosi scienziati romeni scompaiono nel cuore della steppa, nell’agosto 1942, mentre le truppe dell’Asse marciano verso Stalingrado. Il compito di ritrovarli è affidato a un ufficiale impegnato sul fronte ma appartenente anche all’Abwehr, il controspionaggio militare tedesco: si tratta di Martin Bora, protagonista di un fortunato ciclo di romanzi della scrittrice Ben Pastor, all’anagrafe Maria Verbena Volpi, nata in Italia e poi diventata docente di scienze sociali nelle università americane.
        Quella che si presentava come semplice operazione di ricerca diventa ben presto una complessa indagine per omicidio, che coinvolge anche gli eserciti di Italia e Romania in un intreccio tra interessi nazionali e privati, verità nascoste e doppi giochi. Martin incontra un maggiore friulano, Amerigo Galvani, che lo aiuterà nelle indagini e con il quale instaurerà un legame umano destinato a protrarsi anche quando le sorti della guerra separeranno i loro reparti. Intanto l’avanzata verso Stalingrado prosegue, ma pur nelle crescenti difficoltà Martin riceve pressioni dal generale Paulus affinché continui a occuparsi del caso. Almeno finché non ha inizio la battaglia per la presa della città, destinata a trasformarsi in carneficina apocalittica, in cui oltre un milione di esseri umani finiranno morti, dispersi o prigionieri.
        I romanzi di Ben Pastor attraversano i generi, intrecciando ‘giallo’ e romanzo storico con una minuziosa documentazione. In questa dodicesima avventura di Bora diventa centrale la ricostruzione della battaglia, narrata soprattutto dal punto di vista umano. L’autrice affida alla voce del suo protagonista un racconto in cui, all’esaltante euforia iniziale della conquista, si sostituiscono gradualmente l’orrore e la paura per una guerriglia urbana sempre più devastante. Bora confida al suo diario: “L’odore degli edifici in fiamme, di polvere di mattoni, di gomma liquefatta arriva di notte. Di giorno sembra l’inferno”. Un inferno che accomuna al di là delle divise: “A un certo punto tutti noi, russi e tedeschi, ci siamo trovati a correre per salvarci la pelle, dimentichi di essere lì per ammazzarci a vicenda”. Gli invasori non riescono a piegare la resistenza russa, l’avanzata si ferma tra gli edifici distrutti e i cecchini appostati ovunque. Il cibo scarseggia, avanza l’inverno con temperature da -30, tra i tedeschi si insinua il timore di essere “una barca senza timone e alla deriva”, scrive Bora, un’armata “guidata da sonnambuli, il primo dei quali a Berlino”. Martin nelle notti gelide legge Leopardi, ricorda il padre direttore d’orchestra osannato nella Russia zarista, scrive lettere appassionate alla moglie lontana. Appartenente a una famiglia nobile, cresciuto in accademia militare, non potrebbe non amare per tradizione ed educazione la Patria e l’esercito; ma è un uomo tormentato, diviso tra il giuramento di fedeltà alla bandiera e un profondo senso di ribellione di fronte alle atrocità del nazismo e della guerra. “La bestialità umana ama le uniformi”, scrive al culmine dell’ennesima strage tra le nevi di Stalingrado. I russi riprendono la città e i tedeschi restano in trappola. La fuga ormai sembra impossibile ma Martin, alla guida dei pochi uomini rimasti in vita, riesce a percorrere 400 chilometri dietro le linee nemiche in un’odissea da incubo. Malgrado viva traumi destinati a lasciare segni indelebili, non smette mai di pensare al caso dei romeni e alle sue ramificazioni nelle gerarchie del potere.
        Bora arriverà alla soluzione dopo alcuni mesi dall’avvio dell’indagine, in modo doloroso e sorprendente. Le pagine del confronto con l’assassino sono particolarmente intense così come la successiva riscrittura di una lettera, che mostra ancora una volta il lato più profondamente umano e cavalleresco dell’ufficiale-detective. Da sfondo c’è l’immagine sfuggente della Sinagoga degli zingari, luogo (ricordo? profezia?) sognato più volte da Martin e il cui senso sarà svelato solo alla fine di un libro in cui, come sempre nelle pagine di Ben Pastor, le questioni etiche e morali proiettano la luce dell’Uomo sulle ombre della Storia.
        L’autrice italo-americana scrive in inglese: la sua prosa, nella vivida traduzione di Luigi Sanvito, evoca con maestria ambienti e psicologie, dalle atmosfere allucinate dell’assedio al senso straniante di un’esistenza condotta sul filo della morte, mentre la guida dei superiori si fa evanescente, incapace o codarda. Una ricostruzione storica – ed emotiva – accurata, mai retorica, in quello che è forse il suo romanzo più maestoso.
        Ben Pastor, da sempre alla ricerca di nuove frontiere da esplorare, esibisce qui tutte le sue doti di narratrice, costruendo intorno al mystery una cornice letteraria di coinvolgente potenza. 
       


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