Un lungo secolo a destra: addio all’ultima testimone

Apr 27, 2022

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    Per capire chi fosse donna Assunta Almirante, morta ieri a cento anni di età, o meglio, il carattere di donna Assunta, bisogna fare un salto all’indietro di mezzo secolo, il 1973 per la precisione. La scenario è rappresentato da un Motta-Grill, sull’autostrada del Sole, all’altezza del casello di Cantagallo. Insieme con il marito Giorgio, segretario del Movimento sociale italiano e il figlio di primo letto di lei, c’è come autista e amico il deputato missino Michele Marchio. Marchio è una buona forchetta, come il suo stesso fisico dimostra, ed è lui a proporre una sosta. Sono tutti in viaggio da Milano per Roma, dove l’allora presidente della Repubblica Leone sta procedendo con le consultazioni delle forze politiche. Donna Assunta ordina, come piatto unico, cotechino con lenticchie, dopotutto siamo in Emilia, il marito, che al cibo non ha mai fatto caso, una pastasciutta in bianco, di Marchio e del ragazzo la cronaca non ricorda le scelte, se non che oltre a un primo c’era un secondo. Sta di fatto che a un certo punto la scena si anima, la coda di chi deve ordinare si allunga, qualcuno protesta, si vedono gli inservienti dell’autogrill tutti a braccia conserte. «Siamo in sciopero» dicono a chi vorrebbe soltanto una lasagna… Non parla più nessuno.

    Almirante, che intanto, incuriosito si è alzato, capisce e chiama il direttore: «Questo silenzio è in mio onore?» chiede. «Sono lavoratori della Cgil» risponde quello un po’ impacciato. «Ah, capisco» replica Almirante e torna al tavolo: «Andiamo» dice al resto della compagnia. Donna Assunta però non ci sta: «Nemmeno per sogno. Voglio mangiare anche la frutta». Va al buffet, si serve da sola, torna a tavola, passano così altri venti minuti e intanto il silenzio si può tagliare con il coltello tanto l’atmosfera si è fatta pesante. «L’ho fatto per tigna, soltanto per tigna» ha raccontato anni dopo a Luca Telese in un libro che, non a caso, si intitolava Cuori neri…

    Se quello era il clima, e quello era il clima, si capisce come e perché Assunta Almirante fosse insieme tignosa, da buona calabrese trapiantata a Roma, orgogliosa e gelosa, tutt’uno con il marito e con il partito da quest’ultimo guidato. Allora stavano già insieme da vent’anni, entrambi reduci da due matrimoni andati male, e insieme sarebbero rimasti sino alla morte di lui, nel 1988. Dopo, lei ne avrebbe custodito la memoria, rendendosi via via conto che il cavallo su cui aveva puntato in qualità di erede, con Almirante ancora vivo, ovverosia il quarantenne Gianfranco Fini, non era il purosangue, soprattutto da lei, immaginato.

    Passare da protagonista a testimone non è mai un’impresa facile, ma donna Assunta ha saputo farlo con dignità e fermezza, senza tatticismi e mai nascondendosi dietro le parole, tenacemente difendendo una storia, di un marito, di un partito, di una comunità ideale, che era poi tutta la sua vita, e guadagnandosi in tal modo un consenso bipartisan, degli amici come dei nemici.

    Sarebbe contrario alla verità dire che al tempo in cui era la moglie e insieme la «consigliera» di Almirante ci fosse all’interno del mondo missino un consenso indiscusso. Era un mondo misogino e in più, specie nella sua componente giovanile, numerosa, in proporzione, quanto quella del Pci, l’antagonista storico, e che si sentiva alternativa al sistema, se non rivoluzionaria, le intromissioni femminili dall’alto, non militanti, insomma, venivano viste come «borghesi», segno di indebolimento… Era stata sposata con un marchese molto più anziano di lei, donna Assunta, aveva gusti altolocati, aveva rivestito il nuovo marito, Almirante appunto, da capo a piedi, gli aveva imposto insomma abitudini, gusti e costumi «borghesi», la terribile parola d’ordine con cui quei poveri ragazzi fieri di aver scelto «la parte sbagliata» bollavano tutto ciò che odiavano. Lo dico per dare un’idea di che cosa fosse un mondo, non solo politico, ma ideale dove si militava senza alcuna idea di tornaconto, un ghetto chiuso per disperazione anche dall’interno e dove ogni sortita professionale fortunata e insieme fortuita veniva vissuta come un tradimento.

    Con Assunta Almirante scompare un pezzo fondamentale di storia d’Italia, quella dei cosiddetti «esuli in patria», sconfitti e però mai rassegnati, custodi di un piccolo mondo antico a volte anacronistico, ma pulito, come sempre accade a chi non mette il suo dio nella carriera.

    Italiani per bene, anche al tempo in cui chi si credeva democratico non avrebbe voluto, in nome della democrazia, nemmeno permettergli di bere un caffè…


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