“Una cosa epocale”. Così l’Italia ha salvato gli afghani

Set 3, 2021

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    L’arrivo nella prima mattina di quattro autobus vuoti dell’Aeronautica militare nel Centro smistamento merci di Avezzano, provincia di L’Aquila, fa da preludio a ciò che in molti attendono per iniziare a respirare aria fresca: i volontari di Croce Rossa Italiana e Protezione Civile che in poco più di una settimana hanno montato una struttura colossale per gestire l’arrivo di circa 1400 afghani in fuga dall’inferno di Kabul; i responsabili della struttura che, seppur abituati all’emergenza perenne, dormono appena qualche ora a notte da giovedì 26 agosto; i rifugiati stessi, che all’aeroporto Hamid Karzai hanno visto letteralmente e ripetutamente la morte in faccia e da oggi potranno invece iniziare la loro nuova vita in Italia.

    L’hub che Il Giornale.it ha visitato è un’eccellenza italiana. Già nel 2009, dopo il terremoto a L’Aquila, l’Interporto che congiunge diversi snodi autostradali del Centro Italia è stato scelto dalla Protezione Civile come base logistica per la gestione del sisma, con gli aiuti, strutture, tende e tutto il necessario per aiutare la popolazione colpita. Così come accaduto nel 2016 in occasione del terremoto ad Amatrice. Anche la Croce Rossa qui ha una sorta di magazzino nazionale dov’è stoccato materiale logistico per le emergenze. E senza tralasciare che da qui elicotteri e mezzi della Protezione Civile restano in allerta perpetua sia per fronteggiare gli incendi sia per le possibili criticità idrogeologiche.

    Insomma, se c’è una situazione al limite da gestire, qui sanno come fare. E non è un caso che dal momento della costituzione del mega-ponte aereo da 90 voli organizzato dall’Aeronautica militare tra Kabul e Kuwait City, duemila chilometri a ovest, nella penisola arabica, per evacuare personale diplomatico, civili, militari e collaboratori afghani delle nostre truppe in questi 20 anni di campagna, la prima telefonata per gestire l’accoglienza è arrivata alla Regione Abruzzo, che ha subito mobilitato la struttura di Avezzano.

    Qui sono transitati 1320 dei 4890 rifugiati totali (poco più di un quarto, mentre gli altri sono stati assegnati direttamente alle strutture alberghiere individuate nelle varie Regioni e raggiunte già da Fiumicino), organizzati in 4 campi con tutto il necessario per l’assistenza medica, il cibo, il riparo, i servizi e ovviamente la gestione dell’emergenza Covid.

    “Ogni campo è in grado di ricevere di norma 250 persone. In questo caso molti nuclei familiari dopo tutto quello che hanno passato volevano stare insieme quindi in 4 campi sono state gestite 1400 persone a partire da sabato 28 agosto – ci spiega Mauro Casinghini, direttore dell’Agenzia Regionale di Protezione Civile -. Campi di questo genere non esistono in Italia. Da qui sono partite 214 persone destinate al solo Abruzzo”.

    Dopo lo screening in aeroporto, il resto del tracciamento è stato effettuato dalle Asl regionali per quanto riguarda i nuclei sparsi in tutta Italia, e nei centri medici dell’Hub per quanto riguarda gli ospiti di Avezzano. Molti hanno dichiarato di aver ricevuto dosi di vaccino anti-Covid già in Afghanistan: sieri cinesi, russi e forse anche indiani. Circa 300 “autodichiarati”, comunque sottoposti a tampone. Gli altri 650 invece (escludendo gli oltre 300 under 12) hanno ricevuto il siero in Italia.

    Covid a parte, con un solo positivo registrato (asintomatico) e prontamente isolato, una delle parti più complesse del meccanismo di accoglienza è stata quella del ricongiungimento. “È stata una cosa epocale – dice Ignazio Schintu, direttore operazioni, emergenze e soccorsi della Croce Rossa Italiana che coordina il campo allestito nella città abruzzese – C’era un gran caos fino a pochi giorni fa ma in queste situazioni è normale. Stiamo parlando della gestione di esseri umani, per di più reduci da uno scenario di crisi. Ad Avezzano è stato compiuto un piccolo miracolo, una delle nostre operazioni più grandi e complesse da sempre”.

    Anche per questo, Avezzano è un pozzo di storie. Un tesoro di vite vissute e di rischi corsi in nome della libertà. Come quella di un fratello e una sorella afghani che nella calca di Kabul si erano persi di vista e non sapevano di essere nello stesso Hub di prima accoglienza, che si sono ritrovati grazie al servizio della CRI coordinato da Francesca, una giovane stakanovista che ha seguito tutto il processo di smistamento sin da Fiumicino: “È stata dura, ma il merito è anche dell’organizzazione del Comando operativo di vertice interforze che in accordo con le realtà territoriali e le basi logistiche si sono adoperati per gestire il periodo di quarantena”, confessa con modestia.

    Un’altra storia riguarda una giovane mamma che, nella corsa disperata verso gli aerei italiani, era stata separata dal suo bambino di pochi mesi. Ma in aeroporto, già con la disperazione negli occhi, tra la folla è stata raggiunta da qualcuno che le si stava avvicinando, stringendo tra le braccia, suo figlio.

    Un’altra ancora, invece, è quella di un uomo arrivato ad Avezzano da solo dopo essere riuscito miracolosamente ad entrare nel compound dell’aeroporto appena prima dell’attentato di Isis-K. I suoi familiari, però, nel caos generale sono rimasti fuori pur essendo in lista. E nella foga dell’evacuazione sono ancora da qualche parte in Afghanistan. Per paradosso, pur essendo al sicuro convive col senso di colpa di essere arrivato sano e salvo senza sapere la sorte dei suoi congiunti, con cui sta provando a mettersi in contatto. A questo momento di quiete apparente, preferirebbe tornare nello stato di guerra pur di stare insieme a loro.

    “Purtroppo esistono casi limite di questo genere, ma la maggior parte di loro non vede l’ora di iniziare una nuova vita, nuovo futuro. Sono arrivati sani e salvi e stanno tutti bene – ci raccontano i mediatori culturali -. Alcuni purtroppo, è vero, sono soli o in nuclei parziali con persone rimaste indietro. Li abbiamo aiutati a ripristinare i contatti e sperano presto di poter fare richiesta per il ricongiungimento. La priorità, comunque, era tutelare i bambini”.

    Oggi, con la partenza degli ultimi 636 profughi rimasti ad Avezzano, comincia la seconda fase dell’accoglienza, forse ancor più complessa. Con la chiusura dell’Hub, e con lo smistamento iniziato già da giorni, da oggi i rifugiati verranno presi in carico dal Ministero dell’Interno. Il meccanismo funziona così: le persone a carico della Protezione Civile devono svolgere 7 giorni di quarantena, che per molti di loro terminerà domenica. Finito questo passaggio (una parte svolto ad Avezzano e un altro nelle strutture ricettive che li riceveranno) il Ministero dovrà inserirli nei progetti di medio lungo periodo tramite CAS o ex SPRAR, organizzati dai Comuni.

    Rispetto alle migrazioni economiche di cui si parla spesso, e ai soliti problemi di integrazione, in questo caso si parla di persone prelevate, estratte dalle nostre autorità, con un background elevato per gli standard afghani (docenti universitari, giornalisti, ingegneri, professionisti di vario genere, anche molti sportivi), con una conoscenza della lingua inglese e in qualche caso di quella italiana, visto il servizio prestato in supporto ai nostri militari. Teoricamente, l’integrazione sarà ben più immediata.

    C’è ancora molto da fare, è vero, ma Casinghini ci tiene a ribadire che, guardandosi indietro, vale la pena soffermarsi a riflettere su un aspetto: “L’attenzione su questi temi dura pochissimi giorni quindi il rischio è che si parli troppo poco di un aspetto essenziale. Venerdì scorso, quando abbiamo iniziato a montare le strutture in supporto alla Croce Rossa, c’erano 85 volontari. Al momento della chiamata a raccolta, nel giro di mezza giornata sono diventati 400. Un esercito di persone pronte e preparate tecnicamente capaci di mettere in piedi 4 campi pronti all’uso in poche ore. Adesso che la situazione è meno tesa e che il lavoro qui praticamente concluso sarebbe giusto che tutti loro ricevessero il riconoscimento che meritano per il servizio svolto e per la prova di coraggio, efficienza e solidarietà mostrata a nome di tutta l’Italia”.


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