• Una manovra da 32 miliardi per frenare i prezzi e tenere a posto i conti pubblici

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    Una manovra da 30-32 miliardi come la prima (e finora unica) del governo Draghi. Giorgia Meloni ha esordito nella difficile prova della legge di Bilancio scegliendo lo stesso ordine di grandezza del suo predecessore e adottandone in parte il metodo. In effetti, non è previsto nessuno scostamento di bilancio, almeno per il momento, e circa 21 miliardi vengono recuperati alzando l’asticella del defict/Pil al 4,5% dal 3,6% cui l’avrebbe condotto l’andamento tendenziale, la stessa prassi seguita da “Super Mario” che, dopo il decreto Sostegni-bis di inizio 2021 (ma con scostamento deciso dal Conte II), mai più fece ricorso all’aumento del disavanzo.

    Anche in questo caso c’è una comune consapevolezza che per Meloni è ancora più pressante. Dal 2024, infatti, tornerà in vigore il Patto di Stabilità nella sua versione riveduta e corretta nel corso del prossimo anno. E anche se le prescrizioni di Bruxelles diventeranno meno cogenti, sul nostro Paese si addensano nubi sinistre. L’eventuale riconoscimento di una difficoltà nella gestione del debito comporterà una sorta di «sorveglianza rafforzata» da parte delle istituzioni europee. Almeno questo è quello che i «falchi» vorrebbero che si mettesse per iscritto ma, poiché la Germania ha un peso politico in Europa che va ben oltre le sue potenzialità economiche, è bene che l’Italia si presenti in vesti finanziarie non troppo dimesse.

    Ma per farlo ci vuole la crescita e per l’anno prossimo il ministro dell’Economia Giorgetti conta di portare a casa un +0,6% che di questi tempi significa superare indenni la tempesta dell’inflazione e del caro-energia. Insomma, il messaggio che è stato dato con la Nadef è che la manovra sarebbe stata espansiva raddoppiando il Pil dal +0,3% atteso al +0,6%, appunto.

    Saranno i fatti a dimostrare la verisimiglianza di questa scrittura. E che cosa ci dice la manovra che ieri è stata discussa dal Consiglio dei ministri? Che i 21 miliardi ottenuti con il deficit riportato sul sentiero del Def 2022 di Draghi saranno spesi tutti per i sollievi contro i rincari dei prezzi energetici: bonus bollette per i redditi bassi, crediti di imposta per le aziende energivore e sconti su Iva e accise (più orientati sul gasolio che sulla benzina). Tutti restanti 10 miliardi circa sono recuperati con una rimodulazione delle spese (a partire dalla stretta sul reddito di cittadinanza per arrivare a una prima revisione delle tax expenditures nonché a una rimodulazione dell’indicizzazione delle pensioni) e dagli introiti che potranno giungere dalla pace fiscale. In cambio si otterrà un taglio del cuneo confermato al 2% per i redditi da 20 a 35mila euro(al 3% fino a 20mila euro lordi).

    Oltre questi sforzi – in sé lodevoli – c’è qualcosa che tuttavia frema gli entusiasmi: l’inflazione. L’ammontare delle risorse, infatti, è lo stesso dell’anno scorso nonostante l’inflazione sia notevolmente aumentato. Dunque dei 32 miliardi di Draghi, a parità di risorse, ne mancano all’appello almeno 3,5. Non cambiano molto ma avrebbero aiutato.

    Infine c’è un dato politico non di poco conto. Le relazioni con le parti sociali sono destinate a peggiorare. I sindacati volevano una «Quota 41» tout court senza requisito anagrafico. Il presidente di Confindustria Bonomi chiedeva un taglio del cuneo shock da 16 miliardi di cui un terzo alle imprese. Si è arrivati a poco più di un terzo e tutto per i lavoratori. Il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, si è detto preoccupato dall’ipotesi di esercizio provvisorio. I tempi sono strettissimi e se la manovra non fosse approvata prima di fine anno per i Btp in pancia alle nostre banche sarebbero dolori.


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