• Una scuola che si perde in banalità

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    Gli studenti tengono talmente alla loro formazione che oggi butteranno via un giorno di lezioni per avere «una didattica innovativa, partecipata, antifascista, antirazzista, transfemminista (?) ed ecologista» e una «scuola dei saperi liberi e critici». Proprio i sostantivi, didattica, scuola e saperi, sono sacrificati sull’altare degli aggettivi un-tanto-al-chilo, di una banalità insopportabile. Tuttavia, è agevole pizzicare gli studenti, per chi quegli aggettivi li ha sdoganati negli anni ’70 e possiede anche una cultura cui essi potranno difficilmente avere accesso. Ma ce la sentiamo davvero di addossare a loro la colpa?

    La scuola da almeno vent’anni offre una preparazione modesta, che è una causa, non l’unica, della disoccupazione giovanile. È quella che abbiamo voluto, come parte di una fuga dalla realtà che per tanti ha funzionato: guadagnarsi da vivere senza rilasciare ogni giorno un pari valore al sistema, bensì gravando di debiti figli e nipoti. A cui perfidamente neghiamo anche gli strumenti per ripagarli, con una scuola poco stressante e non selettiva, purché dia un pezzo di carta per continuare a sognare. Così ai professori che certificano scarso impegno si reagisce con un ricorso al Tar, quando non ci scappano gli schiaffi. Lo studente non viene messo in discussione, perché sarebbe come svegliarsi dal sogno.

    Vedere nel merito il rischio che si «allarghi ancora di più il clima di competitività, classismo e marginalizzazione» significa ignorare che classismo e marginalizzazione sono frutto non della competitività, ma della sua mancanza. Chi ha i mezzi fugge nelle scuole d’élite e poi all’estero, con una perdita per il Paese, un costo non solo economico per le famiglie e un sacrificio per lo studente che non può vivere nel paese più bello del mondo.

    Affermare che «se il muro di Berlino è caduto, un modello diverso di mondo esiste e sopravvive nelle idee e nelle lotte» è l’ostinata perpetuazione di un’idea affascinante, che però alla prova della storia risulta impraticabile per la natura stessa degli uomini.

    Dire che «chi va al liceo e poi non finisce l’università avrà potenzialità occupazionali e retributive inferiori a chi esce da un tecnico e professionale» non è un messaggio agli studenti ma ai genitori: il liceo è un impegno a studiare per molti anni, con rinuncia a qualche leggerezza del tempo libero. Non è il pulsante per posticipare la sveglia.


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