Vent’anni di euro: più luci che ombre

Gen 2, 2022

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    La notte tra il 31 dicembre e l’1 gennaio del 2002, per i giornalisti di quotidiani e agenzie di stampa – che vent’anni fa contavano ancora molto – il servizio da fare era quello di aspettare davanti a un bancomat i primi prelievi in euro. Per raccontare l’effetto che fa. In realtà l’effetto che fece si cominciò a capire un po’ di tempo dopo. E ancora adesso, che l’euro sia stata una buona idea non è considerata una questione pacifica. Al punto che gli odierni No Vax sono paragonati spesso e volentieri ai No Euro che per qualche tempo, all’inizio dello scorso decennio, imperversarono, chiedendo il ritorno alla Lira, accasati soprattutto presso la destra più radicale. Oggi, nel suo secondo anniversario, la moneta unica può essere ricordata per almeno tre sommi capi. Il primo è indiscutibile, ed è positivo: il calo dei tassi d’interesse. Con l’euro imprese e famiglie italiane si sono trovate gli stessi tassi passivi di quelle tedesche, cosa fin lì impensabile, e non più quelli del sistema Italia, molto più instabile e spesso soggetto a improvvise svalutazioni. Certo, anche quelli attivi si sono ridotti di conseguenza, ma per un Paese con un immenso debito pubblico e per le imprese che dovevano competere sui mercati internazionali si è trattato senz’altro di un fatto positivo. La seconda questione è invece meno bella: il cambio di 1936,27 lire per un euro è stato un prezzo troppo alto da pagare. Con un’altra complicazione: la mancanza della banconota da un euro – richiesta invano dall’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti – ha comportato una sorta di svalutazione psicologica di tutte quelle monetine che avevano un valore enorme. Gli italiani, abituati ad avere in tasca monete per 4-500 lire e a considerale mancette, se ne sono ritrovati improvvisamente per 6-7mila, senza realizzare il loro valore. Allo stesso modo, chi vendeva frutta a 2.250 lire al chilo, si è trovato a trasformare il prezzo in 1 euro e 16 centesimi. E quei 16 cent, per noi così incomprensibili, sono prima diventati 20, poi 50 e infine 2 euro, verso quel cambio di 1 a 1 che ha avvantaggiato qualcuno e impoverito altri.

    Infine la terza gamba, quella politica. Con la crisi greca e dello spread del 2011, l’euro è diventato di sinistra e il sovranismo si è impadronito del ritorno alla lira tirandosi dietro la destra populista. Parimenti, era colpa di Prodi aver accettato un cambio troppo alto nel novembre del 1996, e di Berlusconi quella di non aver vigilato nei primi mesi del 2002 sulla circolazione dell’euro. Una radicalizzazione senza senso. L’errore, probabilmente, è stato tutto della signora Merkel, che nel 2011 ha schierato Germania ed Europa dal lato del rigore. Poi sconfessato, dieci anni dopo, con gli eurobond della pandemia. Noi restiamo comunque euroconvinti. Ma aspettiamo il prossimo decennio per affinare ancora di più il giudizio.


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