Vera, la giornalista di Radio Svoboda uccisa a Kiev

Apr 29, 2022

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     “Una persona brillante, gentile, una vera professionista”. Sui social i colleghi ricordano così Vera Girich, giornalista di Radio Svoboda, Radio Libertà, morta nel raid russo di giovedì sera che ha distrutto un palazzo residenziale di 25 piani a Podil, un quartiere storico e semicentrale di Kiev. Cinquantacinque anni, lavorava dal 2018 per la storica emittente di Radio Free Europe, finanziata dagli Stati Uniti, e – dicono ancora di lei – “odiava Putin”. Ma Putin, alla fine, l’ha uccisa.

    Girich ha avuto la sfortuna di vivere al secondo piano di un edificio costruito di recente e per questo ancora per lo più disabitato. Il corpo senza vita è stato estratto dalle macerie e portato via dai soccorritori in tarda mattinata, a più di 12 ore dal raid, in un silenzio rotto solo dalle ruspe già al lavoro per rimuovere i detriti. Insieme a lei sono rimaste ferite 10 persone, di cui 4 sono state ricoverate in ospedale.

    L’attacco, il primo a Kiev da metà aprile e il più vicino al centro città dall’inizio della guerra, è stato condannato dall’Occidente. Che lo ha definito un altro crimine di guerra dei russi per aver mirato ad un quartiere abitato della capitale ucraina durante la visita del segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, vicino al suo albergo e all’ambasciata britannica al momento ancora chiusa.

    La Russia ha rivendicato il lancio di “missili ad alta precisione” su Kiev – e su Fastiv, un importante snodo ferroviario a una settantina di chilometri a ovest della capitale – asserendo di aver colpito “gli stabilimenti per la produzione di missili dell’azienda spaziale Artiom”, considerandolo un obiettivo militare. Ma la fabbrica in questione ha subito meno danni del previsto: i vetri sono andati in frantumi e le pareti sono annerite dalle fiamme che si sono sviluppate subito dopo l’attacco, ma la struttura è ancora in piedi, come ha constatato l’ANSA sul posto. Difficile, inoltre, pensare che in pieno centro abitato ci fosse una fabbrica di missili, quanto piuttosto uno stabilimento di equipaggiamenti militari.

    Ad avere la peggio sono stati invece i primi due piani del palazzo di Vera, completamente sventrati, dall’altro lato della via Tatarska. “Noi abitavamo al 14esimo piano”, raccontano Olya e Misha, giovanissima coppia, entrambi in jeans e piumino nero, ai piedi dell’edificio. “Eravamo appena tornati a casa, abbiamo chiuso la porta e sentito due esplosioni. Siamo stati fortunati perché le nostre finestre affacciano sul retro. Ce ne siamo andati, ma senza panico”, assicurano. “Perché la Russia vuole spaventarci, e noi non vogliamo dargliela vinta”, aggiunge Misha definendo Putin “un animale”. “E non è un complimento per gli animali”.

    Eleonora invece di paura ne ha: “E’ solo l’inizio, la situazione qui peggiorerà”, dice raccontando che in casa sua, quattro isolati più avanti, “si sono fermati tutti gli orologi”. Arrivato sul posto, il sindaco Vitaly Klitschko ha detto in un video che con quei missili “Putin ha alzato il dito medio all’Onu” e ai suoi tentativi di mediazione per Mariupol. Le autorità locali hanno rilanciato l’appello ai cittadini, soprattutto anziani e donne con bambini, a non tornare a Kiev perché “la minaccia è aumentata”. Ma la capitale dell’Ucraina resiste e continua a rivendicare con tenacia una sua normalità, fatta di monopattini che sfrecciano e tavolini all’aperto che si affacciano alla primavera.
       


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