Vietati doni costosi ai senatori: gogna per chi supera 250 euro

Apr 27, 2022

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    Era il 24 gennaio 2008 quando i senatori Domenico Gramazio e Nino Strano festeggiavano nell’Aula di Palazzo Madama la caduta del governo Prodi mangiando mortadella e stappando una bottiglia di spumante. L’allora presidente del Senato Franco Marini si limitò a un richiamo verbale. Oggi avrebbero rischiato il linciaggio pubblico. Merito del nuovo codice deontologico, approvato dal Consiglio di presidenza di Palazzo Madama. La stretta voluta dal presidente Casellati impone ai senatori di «rispettare nell’espletamento del proprio mandato comportamenti che non siano contrari al buon costume e lesivi del prestigio del Senato».

    Stop, dunque, a risse e comportamenti esuberanti in Aula. Ma non è l’unica novità. L’altra, forse la più significativa, riguarda i regali ricevuti: i senatori hanno l’obbligo di verificare che il valore dei doni accettati sia conforme alle «consuetudini di cortesia». Ma subito si scatena l’ironia dei senatori. «Come si valuta la conformità alle consuetudini di cortesia»? Si chiedono in molti. La risposta è semplice: si applica la legge voluta da Monti che impone un tetto massimo per i regali pari a 250 euro per gli amministratori.

    Anche se qualcuno prova a già a fare il furbetto: «La legge Monti vale per gli amministratori locali», confida al Giornale un senatore centrista. Ma gli uffici di Palazzo Madama confermano: «Si applica il valore massimo dei 250 euro anche per i senatori».

    In pratica, quanto costerebbe una cena per due persone in uno dei migliori ristoranti della Capitale. Cosa rischiano i senatori che infrangono le regole del codice deontologico? La gogna pubblica. Nel capitolo riservato alle sanzioni il codice impone che le violazioni da parte dei senatori siano punite con la comunicazione all’assemblea in apertura dei lavori. Ma soprattutto è prevista la pubblicazione sul sito istituzionale del Senato. Insomma, marchiati a vita. Terza novità, contenuta del codice già adottato dalla Camera dei deputati, è la stretta sulle mail. Basta mail private e corrispondenze familiari. «L’utilizzo della posta elettronica durante la funzione di senatore deve essere circoscritto al mandato degli eletti e deve essere soggetto al rispetto della disciplina già deliberata nel 2008», si legge nel regolamento. Ed infine sbarca anche a Palazzo Madama il registro per i lobbisti che intendono rappresentare al Senato interessi di categoria. Il M5s ha provato a rendere ancor più rigoroso il codice. Ma nulla da fare. La rabbia grillina esplode subito dopo il via del Consiglio di presidenza del Senato: «La strada che porta alla cosiddetta casa di vetro delle istituzioni è ancora lunga e purtroppo oggi ne abbiamo avuto una riprova. Il Codice di condotta dei senatori adottato oggi dal Consiglio di presidenza di Palazzo Madama ha certamente rappresentato una battuta d’arresto in termini di trasparenza e credibilità» attacca Mariolina Castellone, capogruppo grillino al Senato, ammonendo che «una disciplina che introducesse un modello di comportamento basato su maggior rigore e chiarezza sarebbe stata non solo opportuna, ma necessaria in rapporto ai tempi che viviamo». «Il Movimento 5 stelle – rincara Castellone – ha segnalato a più riprese l’opportunità che avevamo e l’importanza del segnale che poteva essere dato ai cittadini, abbiamo presentato degli emendamenti che avrebbero reso il testo molto più rigoroso e stringente. Le nostre proposte sono state respinte, è mancata la volontà di introdurre regole che aggredissero in modo deciso il rischio di conflitti d’interesse e di zone opache nello svolgimento dell’attività parlamentare. Il testo adottato dunque non può soddisfarci pienamente. Concretamente, il nuovo Codice di comportamento dei senatori non introduce sostanziali elementi aggiuntivi».


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