Vince il pragmatismo di Mario. Dare le carte ed evitare migranti

Ott 13, 2021

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    Evitare un esodo migratorio fuori controllo e restituire all’Italia un ruolo negoziale sulla crisi afghana. Erano i due obiettivi di Mario Draghi e sono stati in parte centrati. Non era facile. Soprattutto nell’ambito di un G20 su cui pesava la diffidenza di Russia e Cina, giganti in grado di far la differenza. Ma la capacità di Draghi, frutto dell’esperienza accumulata durante gli anni alla Bce, è stata quella di puntare su obiettivi forse non fragorosi in termini mediatici, ma condivisibili in termini politici. Il primo l’ha chiarito quando ha evocato la minaccia di una «catastrofe umanitaria con l’avvicinarsi dell’inverno» e l’esigenza di una «convergenza di vedute» per affrontarla. Come dire dobbiamo metterci d’accordo su come aiutare gli afghani prima che fame e freddo s’aggiungano alla cancellazione dei diritti umani innescando una fuga di massa capace di spingere centinaia di migliaia di disperati verso i confini Ue.

    Un ragionamento semplice, ma condivisibile anche da Cina e Russia e, tuttavia, non facile da realizzare. Soprattutto perché la necessità di distribuire aiuti ai quattro angoli dell’Afghanistan non può e non deve coniugarsi con un riconoscimento dell’Emirato. Un riconoscimento che i talebani, come ha chiarito più volte il nostro premier interpretando le posizioni occidentali, «non hanno fatto nulla per meritarsi». Certo aver alla fine puntato tutto sull’Onu delegandogli sia il compito di dialogare con l’Emirato, sia quello di gestire e far arrivare a destinazione gli aiuti non è né una soluzione originale, né una garanzia di successo visti i fallimenti inanellati dal Palazzo di Vetro. La scelta ha però garantito, alla fine, il sì di Mosca e Pechino. Era dunque l’unica in grado di sbloccare la situazione prima dell’arrivo del grande gelo afghano. Anche perché fin qui né l’Ue, per quanto minacciata direttamente dal grande esodo, né altri attori internazionali sono riusciti ad abbozzare soluzioni migliori o più immediate.

    Certo ora bisognerà vedere se gli aiuti arriveranno a destinazione o se i talebani cercheranno di pilotarne la distribuzione ricattando e minacciando l’Onu. Però di meglio, per il momento, non si poteva fare e Draghi ha pragmaticamente messo le mani su quanto si poteva ottenere. L’averlo fatto gli consente, peraltro, di rivendicare la capacità di aver messo d’accordo – «per la prima volta quest’anno» come lui stesso ha sottolineato – Russia, Europa, Cina e Stati Uniti. Non esattamente una quisquilia per un Paese come l’Italia ridotta negli ultimi anni a Cenerentola dei consessi internazionali. A regalare sostanza alla capacita negoziale di Draghi ha contribuito il miliardo di dollari messo sul tavolo dalla presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen. Quel miliardo diventa il carburante indispensabile per consentire all’Onu di garantire assistenza concreta sia agli afghani rimasti, sia a quelli fuggiti in Pakistan e Iran evitando, così, successivi esodi verso la Turchia e le frontiere europee.

    Certo continuano a mancare soluzioni agli altri due grandi interrogativi del G20 ovvero come contenere il terrorismo e come garantire le libertà individuali ai sudditi dell’Emirato. Ma pretendere che Draghi risolvesse in tre ore di videoconferenza gli obbiettivi mancati in 20 anni di presenza internazionale era, sinceramente, un po’ troppo.


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