Viviamo nel Paese degli azzeccagarbugli

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Alla fine puoi pensarla come vuoi, essere di destra o di sinistra, garantista o giustizialista, ma appena entri in una qualsiasi stanza dei bottoni, dai ministeri, alle Regioni, ai Comuni, ti accorgi che, con le leggi che ci sono in questo Paese, il mestiere più complesso, quasi impossibile, è governare.

Ieri se n’è accorta anche Giorgia Meloni quando ha riproposto, davanti all’assemblea dei sindaci, la «questione» di quello strano reato, riformato più volte, ma che continua ad incutere paura a chiunque debba mettere una firma su un atto amministrativo, su una disposizione, su una nomina, che è il famigerato «abuso d’ufficio». Semplificato o meno, tale è la fumosità che ancora circonda la norma che nessuno si sente al sicuro e con la magistratura che ci ritroviamo ovviamente la reazione è quella di stare fermi, dimuoversiil meno possibile. Insomma, sei portato a non decidere, a non scegliere, in sintesi, a non governare. Il dramma è che la revisione di questa norma non è stata neppure inserita tra le riforme che dovevano accompagnare il Pnrr. Un paradosso.

Così nei comuni aleggia la «paura» della firma, che, in un modo o nell’altro, echeggia anche nei piani di governo superiori. La miscela che mette insieme questo timore con l’eccesso di burocratizzazione blocca il Paese, i tempi dei progetti e della realizzazione delle opere si allungano. Mentre le carte bollate riempiono gli uffici dei tribunali o del Tar: ci sarà un motivo se solo a Roma lavorano trentamila avvocati e se il numero di legali in Italia supera quello di Germania e Franciamesse insieme. Siamo in mano agli azzeccagarbugli. Risultato: hanno impiegato meno gli Egizi ad erigere la piramide di Cheope che le istituzioni di questo Paese a realizzare qualche linea della metropolitana di Roma. È una cappa che è diventata congenita, che rallenta tutto e ora rischia di esercitare la sua influenza negativa pure sulle opere del Pnrr. Basta un nonnulla e tutto si blocca con il rischio di perdere i fondi europei.

Solo che queste incrostazioni, questi meccanismi perversi sono diventati cronici e se il legislatore non interviene con mano ferma, in tempi brevi, rischiamo di dover spiegare all’Europa ritardi inaccettabili. Anche perché l’inflazione ha fatto lievitare i costi delle opere e leimprese ora pongono il problema chei preventivi di spesa che hanno presentato in alcune gare sono saltati e vorrebbero una loro revisione. Un meccanismo perverso che ha messo in bilico 40 miliardi che ci dovrebbero arrivare da Bruxelles. Ma, soprattutto, paralizza la costruzione delle grandi opere di questo Paese: due giorni fa il Tar ha bloccato il nodo dell’alta velocità di Bari sud per salvare gli alberi di carrube. Immaginate cosa significhi costruire il Ponte di Messina con questa legislazione. A Genova, addirittura, c’è chi, invece di dargli una medaglia, ha posto il problema dell’ineleggibilità del sindaco Bucci per il suo ruolo di commissario alla ricostruzione del ponte Morandi. Né nessuno si interroga, ringrazia o fa ilmea culpa specie tra gli ambientalisti per aver osteggiato la realizzazione delMose voluta dal secondo governo Berlusconi, cioè il sistema di dighe mobili che in questi giorni difende efficacemente Venezia dall’acqua alta. Esempio di ingratitudine ideologica.


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