“Vogliono l’utero in affitto”: ecco cosa succede davvero a Bruxelles

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Per molti si scrive “riconoscimento della genitorialità” e si legge “riconoscimento dell’utero in affitto”. Per altri invece è ancora troppo presto per allarmarsi. Da osservatori e analisti ci limitiamo a sottolineare rischi e avanzare ipotesi: ma leggere gli esiti delle Consultazioni pubbliche della Commissione Europea in vista della preparazione del regolamento sul riconoscimento della genitorialità per le “Situazioni familiari transfrontaliere” mostra la divisività dell’argomento.

“Attualmente”, ha scritto la Commissione nella pagina della consultazione pubblica, “la genitorialità stabilita in uno Stato membro dell’Ue può non essere riconosciuta in un altro, il che può avere notevoli conseguenze negative per i minori che viaggiano o si trasferiscono in un altro Stato membro e può mettere in pericolo i diritti del minore derivanti dalla genitorialità, come per esempio il mantenimento o la successione“. Nei commenti alla proposta e nelle risposte al questionario fatto dall’Ue verso cittadini, Ong, sindacati e istituzioni universitarie circa un terzo dei casi di blocco del riconoscimento della genitorialità era legato a questioni del diritto interno di un Paese terzo o al rifiuto della maternità surrogata.

Armonizzare le diverse questioni in termini di diritto famigliare e di riconoscimento della genitorialità è complesso. E si pone di fronte a un problema divisivo. Su temi come l’utero in affitto l’Europa è divisa a macchia di leopardo. Olanda, Belgio, Danimarca, Grecia e Portogallo consentono la gestazione di una donna in luogo della madre “legale” del figlio in caso in cui l’accordo sia trovato per generosità e senza corrispettivi economici. Lettonia, Lituania, Irlanda, Romania, Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Svezia e Portogallo non hanno normato il tema creando una zona grigia di incertezza. Nel resto d’Europa, compresi i quattro Paesi maggiori (Italia, Francia, Spagna e Germania) la gestazione per altri è illegale.

La Commissione Europea sembra però intenzionata a tirare dritto sul riconoscimento della genitorialità in nome delle convenzioni internazionali che pongono il supremo interesse del minore sopra ogni altra norma. E la Commissaria per l’Uguaglianza Helena Dalli ha sottolineato che la proposta di sintesi dell’Esecutivo Ue sulla “genitorialità transfrontaliera” avrà la forma giuridica di Regolamento, ovvero di un atto obbligatorio in tutti i suoi elementi e direttamente applicabile in ciascuno degli Stati membri.

Per l’eurodeputata leghista Simona Baldassarre questa mossa rischia di essere una violazione delle leggi italiane. “Il Cavallo di Troia è sempre lo stesso, la libertà di circolazione“, ha dichiarato l’eurodeputata alle agenzie. “Ben venga, nessun minore deve essere allontanato dalla mamma e dal papà mentre viaggia in Europa, peccato che l’incidenza giuridica di questi casi sia prossima allo zero. Quel che però il Commissario omette è che la proposta rappresenterà una ‘tana libera tutti’ per famiglie omogenitoriali e utero in affitto“. E, aggiunge la politica del Carroccio a Libero, c’è il rischio che Paesi come l’Italia siano costretti a riconoscere “la plurigenitorialità, come già proposto in Olanda nel 2019. Insomma – nota la Baldassarre – “se in Olanda fossero considerate famiglie quelle con tre padri e due figli comprati nel triste mercato degli uteri in affitto in Ucraina, in Italia dovremmo riconoscere questo pastrocchio“.

V’è da dire, però, che il Parlamento Europeo ha preso una posizione decisamente precisa sul tema dell’utero in affitto che non potrà non incidere sulla valutazione della Commissione. Per la precisione, ha condannato l’utero in affitto quale pratica “inaccettabile”, che “costituisce una violazione della dignità umana e dei diritti umani“. La dichiarazione è contenuta nella Risoluzione del 5 maggio 2022 sull’impatto della guerra in Ucraina sulle donne”.

L’emiciclo di Strasburgo con questo provvedimento ha preso posizione contro “la pratica della maternità surrogata, che può esporre allo sfruttamento le donne di tutto il mondo, in particolare quelle più povere e in situazioni di vulnerabilità». E del resto una variegata coalizione di partiti è in opposizione alla pratica. Si va dai conservatori di destra, come Fratelli d’Italia, la Lega e Fidesz, contrari all’utero in affitto per ragioni identitarie e valoriali, a diverse formazioni della Sinistra, guidate dai partner di governo dell’esecutivo spagnolo, Partito Socialista e Podemos, che vi si oppongono in quanto lesivo della dignità della donna.

Questa è del resto una battaglia che unisce la Chiesa cattolica e molte Ong femministe, i governi di diverso colore di vari Paesi e funzionari e cittadini di buon senso in tutto il Vecchio Continente. La “linea del Piave” su cui combattere per governi come quello italiano dovrà essere una proposizione di legge europea tale per cui al riconoscimento delle situazioni di fatto delle genitorialità già esistenti, e dunque al rifiuto di una guerra sulla pelle dei bambini, si associ una battaglia campale contro ogni forma di sfruttamento delle donne come “involucri” gestatori.

Servirà giocare abilmente la partita politica per condizionare le decisioni comunitarie in senso propositivo. E fare sì che la proposta della Commissione tenga conto di orientamenti che, sul fronte dell’utero in affitto, non fanno passare liscio nulla ai fautori della pratica nelle principali questioni, concentrati principalmente nel centro “radicale” tutto dirittismo e laicismo. Posizioni minoritarie che difficilmente la Commissione potrà avallare con un liberi tutti. A media e politica l’onore e l’onere di vigilare.


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