Yehoshua, il pacifista aperto ai palestinesi

Giu 14, 2022

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    TEL AVIV, 14 GIU – ‘Colomba’ per antonomasia ed esponente di spicco della sinistra sionista, Abraham Yehoshua era un appassionato del dibattito politico, un ‘enfant terrible’ che non esitava a spiazzare sia i rivali della Destra nazionalista sia i pacifisti. “Il suo atteggiamento – ha osservato il documentarista Yair Keidar, che lo ha ripreso a lungo – era quello di un Sioux, con l’orecchio incollato al terreno per avvertire tempestivamente il più piccolo sommovimento”.
        Negli anni Settanta, nell’Israele di Golda Meir e Moshe Dayan, in casa laburista era già impegnato in polemiche frontali con compagni di partito che si esprimevano invece per una ”Grande terra d’Israele” fra il Mediterraneo ed il fiume Giordano. Quando nel 1977 il potere passò nelle mani di Menachem Begin (Likud) Yehoshua ammise di essere rimasto “sotto shock”.
        Ora la ‘colomba’ Yehoshua doveva misurarsi con ben altri rivali politici, fra cui il dinamico movimento dei coloni del Gush Emunim che – situato agli esatti antipodi della ‘formula dei Due Stati’ – propugnava la colonizzazione sistematica della Giudea-Samaria (Cisgiordania): sia per considerazioni storico-religiose sia per impedire che un governo futuro rinunciasse a quelle terre. Di temperamento focoso (ma anche molto espansivo) non si tirò indietro da schermaglie con i nazional-religiosi che, osservava, essendo maturati in collegi rabbinici avevano una grande capacità di argomentazione. Con quegli ambienti occorreva tenere aperti canali di comunicazione, teorizzava, per sventare il rischio di una guerra civile che avrebbe potuto verificarsi se un governo di sinistra avesse un giorno cercato di smantellare insediamenti. Ma nel 1995 sarebbe sopravvenuta una terribile doccia fredda, quando proprio un militante nazional-religioso assassinò il premier laburista Yitzhak Rabin nel tentativo di far deragliare la riconciliazione con i palestinesi.
        Ad assestare un ulteriore colpo alla fede di Yehoshua nella ‘formula dei Due Stati’ sarebbe stato nel 2000 il rifiuto di Yasser Arafat di accettare le proposte di Bill Clinton e del premier israeliano Ehud Barak (“Chi non gli sta bene, può bersi l’acqua del mare di Gaza”, avrebbe detto il Rais dopo il fallimento del vertice di Camp David), e poi la intifada armata.
        “Il sogno della pace, che pareva a portata di mano, era crollato” avrebbe detto Yehoshua. “Rimasi sotto shock”. Ma non per questo avrebbe cessato di lottare per una separazione concordata fra israeliani e palestinesi. Intanto il Likud cambiava alacremente la demografia della Cisgiordania moltiplicando il numero degli insediamenti e dei coloni. Gradualmente Yehoshua cominciò ad elaborare formule alternative, che avrebbero disorientato quanti nella sinistra israeliana restavano identificati con la formula dei Due Stati.
        Secondo lo scrittore sgomberare 500 mila coloni non era più possibile, e d’altra pare creare uno Stato palestinese a ‘macchie di leopardo’ in Cisgiordania e a Gaza non aveva più senso: “Siamo già in un unico Stato, in condizioni di apartheid.
        E questo apartheid ci avvelenerà”. Quindi doveva essere eliminato.
        In una delle ultime interviste, poche settimane fa, Yehoshua ha avvertito: “Ci stiamo dirigendo verso uno Stato binazionale.
        Io accuso me stesso e i miei compagni. Non abbiamo combattuto abbastanza per la pace e contro gli insediamenti, che ci legano le mani. Non abbiamo saputo neutralizzare il tumore dell’apartheid in Cisgiordania. Io fra poco lascio questo mondo, ma provo angoscia per il futuro di Israele”. (ANSAmed).
       


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